“IT” di Stephen King [RECENSIONE]

di Linda

 

Stanno stretti sotto ai letti sette spettri a denti stretti.

Derry, nel Maine, sembra una qualunque cittadina della provincia americana, ma non è così: sotto la città vive un’entità malefica che ogni 27 anni si risveglia e pretende il suo tributo di sangue, dando vita ad un’escalation di sparizioni, tragedie e brutali omicidi. Soltanto i bambini sembrano in grado di vederla: It sa assumere infatti la forma di ciò che li turba o di ciò che li spaventa, ma l’aspetto che predilige è quello dell’inquietante clown Pennywise. Questo ciclo terrificante si ripete indisturbato da secoli, fino all’estate del 1958: è questo l’anno in cui la banda dei Perdenti decide di affrontare It, promettendo di riunirsi di nuovo da adulti se, dopo 27 anni, l’orrore tornerà a ripresentarsi.

It_1990_Promotional_PosterCome quasi tutte le persone che conosco, la mia prima esperienza con It l’ho avuta attraverso il film cult del 1990. A differenza di molti, però, ho avuto la fortuna di vederlo per la prima volta da adulta, quindi – benché Tim Curry/Pennywise sia oggettivamente inquietante – mi sono risparmiata il trauma infantile che ha portato un’intera generazione a rimanere terrorizzata a vita dai clown. Rivedendolo di recente, comunque, mi sono resa conto di due cose.
La prima è che, performance di Tim Curry a parte, il film del 1990 è sotto tutti i punti di vista deludente e abbastanza mediocre.
La seconda cosa di cui mi sono resa conto, avendolo rivisto (di proposito) in seguito alla lettura del libro, è che il film tratta un decimo degli avvenimenti e degli aspetti trattati nell’opera originale. Questa ovviamente  non vuole essere una critica (sarebbe stato impossibile concentrare un tomo enorme come It nei tempi di un film, quindi era necessario fare scelte e tagli), ma solo un modo per sottolineare quanto il libro sia incredibilmente vasto, sfaccettato e variegato rispetto a quello che molti di noi sono abituati ad associare a It, ovvero la figura di Pennywise.
Anche il mio primo approccio a Stephen King è avvenuto relativamente tardi. Prima di It avevo letto soltanto altri tre suoi romanzi (Le notti di Salem, L’occhio del male e Carrie), apprezzando molto ognuno di essi (nel caso de Le notti di Salem, anche perdendo svariati mesi di sonno). Avevo quindi ottime prospettive per It, e appena ho iniziato a leggere la prima pagina ho capito che non mi sbagliavo.
Il primo aspetto che me l’ha fatto amare fin da subito sono stati i protagonisti, in particolare i protagonisti versione dodicenne. E’ una mia debolezza, questa: in generale amo le storie raccontate attraverso il filtro dello sguardo infantile; ma datemi un film, un romanzo o una serie tv in cui ci sia un gruppo di protagonisti sugli unidici-dodici anni, possibilmente sfigatelli, bullizzati da ragazzi più grandi, con svariati problemi in famiglia, che si spostano su delle biciclette e che si ritrovano catapultati in vicende più grandi di loro a sfondo horror/thriller/fantascientifico, e sarò vostra per sempre (non è un caso che mi sia follemente innamorata di Stranger things fin dal pilota della prima stagione). La banda dei Perdenti, poi, sembra fatta apposta per essere amata: Ben Hanscom, obeso, intelligente, sensibile, appassionato di lettura e portato per costruire cose; Bill Denbrough, balbuziente fratello di una delle vittime di It, pronto a tutto per vendicare il piccolo Georgie; Beverly Marsh, dai capelli scarlatti e dalla determinazione di ferro, vittima di un padre violento a cui non sa impedirsi di voler bene; Eddie Kaspbrak, gracilino, malaticcio, dominato dall’asma e da una madre iperprotettiva; Richie Tozier, con le sue Voci e il suo senso dell’umorismo così utili a nascondere la paura; Stan Uris, ebreo e appassionato ornitologo, con il suo mondo ordinato e diligentemente classificato; Mike Hanlon, preso di mira per il colore della sua pelle, coraggioso e tenace, fedele e caparbio. Ognuno di loro ha avuto il suo personale incontro ravvicinato con It, ed è proprio questa esperienza comune ad unirli. Il mio preferito in assoluto di sicuro è Ben, ma buona parte del fascino di questa storia è proprio il modo magistrale in cui ci vengono descritti i personaggi, il loro mondo interiore e le debolezze che li rendono umani. Forse di tutto il gruppo il membro più sciapo è proprio Bill, concepito per essere il protagonista e l’eroe della situazione, ma che dell’eroe (balbuzie a parte) si porta dietro tutti gli stereotipi più abusati: biondo e bello, coraggioso e carismatico, destinato a prendersi la ragazza. Anche Beverly, sebbene il suo personaggio mi piaccia più di Bill, ha degli aspetti leggermente stereotipati: pure lei bellissima (anche se rossa e non bionda), piace praticamente a tutti i ragazzi del gruppo, ma ha occhi soltanto per Bill, il capo dei Perdenti. it-stephen-king
Un altro elemento che mi ha fatto amare tantissimo il libro è stata la sua scansione temporale. La storia si muove avanti e indietro nel tempo, tra l’infanzia dei Perdenti e la loro età adulta, ma non solo: nel corso dei capitoli infatti l’autore si spinge ancora più indietro nel tempo, andando ad esplorare i recessi più oscuri della storia di Derry, per mostrarci come It fosse presente da sempre nella città (durante il rito del fumo nel rifugio sotterraneo dei Perdenti, Bill e Richie, perdendo conoscenza ed entrando in stato di trance, rivivono addirittura il momento, ancora prima del comparire della civiltà, in cui It è comparso sulla Terra per la prima volta stabilendosi nel sottosuolo di Derry). Considerando tutti questi racconti, e unendoli alle esperienze personali dei ragazzi, viene fuori un aspetto secondo me molto interessante, forse quello che mi ha affascinato di più in tutto il libro. Da una parte, infatti, abbiamo un’entità malefica che da un certo punto della storia in poi pare essersi stabilita a Derry, e che ogni 27 anni si risveglia mietendo vittime tra i bambini e i ragazzini: il male, quindi, sembra arrivare in città da una fonte esterna, sembra essere causato da qualcosa; c’è il mostro da sconfiggere, come in ogni storia horror che si rispetti. C’è però anche un’altra faccia della medaglia: un male proveniente dall’interno della città stessa, che è tutt’uno con essa e che la infetta come un cancro ormai radicato. Se consideriamo i fatti di sangue più eclatanti accaduti a Derry (l’esplosione delle Ferriere Kitchner, l’incendio del Punto Nero, il massacro del Silver Dollar Bar, l’esecuzione della banda Bradley), e li uniamo agli episodi in cui personaggi già mentalmente precari agiscono sotto l’influsso di It (il patrigno di Beverly, Henry Bowers, Patrick Hockstetter), ma anche a gesti di quotidiana crudeltà o banale menefreghismo (la macchina che non si ferma mentre Ben viene seviziato, l’anziano che rientra in casa facendo finta di non vedere mentre Beverly viene molestata, il negoziante che prova a intervenire per salvare Eddie, ma che alla prima intimidazione da parte di Henry Bowers torna nel negozio) … tutto questo ci restituisce l’immagine di una città interamente “posseduta” da It. E’ la città stessa il mostro da sconfiggere, il cancro da estirpare. Non è un caso che nella scena finale, quando i Perdenti ormai adulti riescono finalmente a sconfiggere It, l’intera città venga spazzata via da un uragano: perché It e Derry non possono esistere l’uno senza l’altro.
La distruzione di It occupa tutta la seconda parte del libro, in cui seguiamo parallelamente due vicende: la prima volta in cui i Perdenti scendono nella tana del mostro nell’estate del 1958 (riuscendo soltanto a ferirlo gravemente) e la seconda volta in cui ritentano l’impresa da adulti nel 1985 (riuscendo ad ucciderlo definitivamente). Ho già accennato alla figura di Bill come quella dell’eroe prescelto per sconfiggere il mostro (e in effetti è colui che ha la parte principale nelle due grandi battaglie nelle fogne), ma in realtà tutti i personaggi, in un modo o nell’altro, hanno un loro ruolo nella distruzione di It. In effetti la seconda parte del romanzo assume in più punti toni epici in cui assistiamo ad un titanico scontro tra bene e male, e allo stesso tempo acquista caratteri molto più mistici, rarefatti e metafisici. Durante la lotta, Bill pratica il Rito di Chüd per entrare nella mente di it (che cerca di trascinarlo nei “Pozzi Neri” dove risiede la sua vera forma) e sembra viaggiare in un’altra dimensione, dove incontra un’altra entità sovrannaturale, la Tartaruga, che lo aiuta a vincere la paura e la tendenza alla balbuzie e a vincere la battaglia. Personalmente, benché quest’ultima parte costituisca il climax di tutta la vicenda, l’ho apprezzata meno rispetto al resto del libro proprio per il suo dilungarsi, a volte eccessivo, in parti di carattere visionario e allucinatorio. Una cosa in particolare mi ha lasciato molto perplessa: la parte in cui Beverly, per rafforzare il legame mistico tra lei e i suoi amici durante la prima discesa nelle fogne, fa sesso con ognuno di loro. E’ vero che i protagonisti, proprio a causa delle terribili prove a cui li hanno sottoposti sia It sia a causa delle loro situazioni familiari, sono maturati molto in fretta … ma considerato che in ogni caso parliamo di undicenni/dodicenni l’ho trovata forzata, poco giustificata e anche un po’ di cattivo gusto.
A parte questi piccoli difetti, però, devo dire che It è stata una delle esperienze di lettura più entusiasmanti che abbia mai affrontato. Non si tratta soltanto di una banale storia horror: It è un’epopea, un racconto di vasto respiro che narra la storia di un città e del male che la abita, di un gruppo di ragazzi e della loro amicizia. Per questo lo consiglio a tutti, anche ai più paurosi: It a volta te la fa fare addosso, è vero, ma vi assicuro che vale veramente la pena di perdere qualche settimana di sonno!

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CURIOSITA’: pare che J. K. Rowling si sia ispirata a It e alla sua natura proteiforme (che usa per spaventare i bambini usando le loro paure quando non si presenta sotto forma di Pennywise) per ideare la creatura del Molliccio nella saga di Harry Potter. Ripassino per chi se ne fosse dimenticato o non avesse idea di cosa sto parlando: in Harry Potter il Molliccio è una creatura fantastica che assume la forma della peggiore paura di chi la sta guardando (per questo nessuno sa che forma abbia un Molliccio quando nessuno lo guarda). Per sconfiggerlo bisogna letteralmente ridere in faccia alle proprie paure, ovvero pensare a un modo per rendere il proprio Molliccio ridicolo o divertente, e pronunciare contemporaneamente l’incantesimo Riddikulus. Anche in questo possiamo ritrovare un vago eco in Stephen King (che non a caso ha sempre espresso grandissima ammirazione per la saga potteriana): per uccidere definitivamente It, infatti, Bill deve sconfiggere le proprie paure e le proprie insicurezze eliminando per sempre il difetto con cui le somatizza, ovvero la balbuzie.

 

 

ANGOLO CINEMA: Se avete visto la miniserie cult del 1990 con Tim Curry (che, ripeto, Pennywise a parte non è che sia poi granché), non potete assolutamente perdervi il remake in uscita nei cinema il 19 ottobre! Io so già che non dormirò per un mese, ma devo assolutamente andare a vederlo!

 

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“Dopo tutto questo tempo?” “Sempre.” I miei quindici anni di amore per Harry Potter

di Linda

 

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Come saprete, quest’anno ricorre il 20° anniversario della nascita della saga di Harry Potter (il 26 giugno del 1997 infatti usciva per la prima volta nelle librerie La Pietra Filosofale), quindi ho pensato che fosse il momento adatto per mettere in atto un progetto che avevo già da tempo: pubblicare in questo mio angolo da lettrice un articolo-tributo per la saga, per la quale dall’età di 11 anni provo un amore che va oltre ogni possibile immaginazione. Vi preannuncio che questo non sarà uno dei miei soliti articoli-recensione, dove cerco di mettere in luce sia i pregi che i difetti dei libri che leggo. Prendetelo più come un “atto d’amore” per la saga che più di tutte (insieme al Signore degli Anelli) ha segnato la mia infanzia, la mia adolescenza e la mia vita.

Per spiegare il mio amore per Harry Potter devo cominciare dall’inizio, ovvero da quando feci la sua conoscenza per la prima volta.
Era l’inizio del 2002, ero in prima media, e il 6 dicembre dell’anno prima La Pietra Filosofale era uscita nei cinema, preceduta e seguita da un’enorme campagna pubblicitaria. Il motivo di questa grande risonanza, naturalmente, era che i primi libri di Harry Potter erano già usciti nelle librerie da qualche anno, riscuotendo subito un grande successo. Mi ricordo che, da assidua frequentatrice di librerie quale ero già allora, vedevo i primi quattro volumi (quelli già usciti all’epoca) ovunque mi girassi. Ho ancora stampata nella mente un’immagine delle mie mani che, nella cartolibreria vicino alla stradina dove abitavo da piccola, prendono una copia del Calice di Fuoco e ne esaminano le curiose illustrazioni di copertina. Fino a quel giorno in prima media, però, Harry Potter non aveva mai suscitato il mio interesse. Probabilmente sapevo a malapena di cosa parlasse. I miei interessi primari all’epoca erano il calcio (ero una grande tifosa della Roma) e i Pokèmon, anche se quella passione era già in fase di declino. Ma torniamo a quel famoso giorno in prima media. Come ho sempre fatto nel corso della mia carriera scolastica, non frequentavo l’ora di religione cattolica. L’unica altra persona a non frequentarla, e quindi ad uscire dalla classe insieme a me, era Eleonora, la mia migliore amica. In seguito durante l’ora alternativa saremmo state lasciate allo stato brado in giro per la scuola, ma quell’anno ricordo che ci seguiva la professoressa di Storia e Geografia, che poi l’anno seguente sarebbe andata in pensione. Non c’erano delle vere e proprie attività programmate per l’ora alternativa a Religione, così la professoressa Occhini ci faceva fare le cose più varie: letture, esercizi, ripassi e cose di questo tipo. Quel giorno, mi ricordo, eravamo sedute ad uno dei grandi tavoloni che si trovavano nei corridoi, quello proprio davanti alla biblioteca. La professoressa annunciò che quella mattina come esercizio di scrittura ci avrebbe dettato un brano da scrivere sul quaderno, e ci informò che il suddetto brano era tratto dai famigerati libri di Harry Potter di cui ormai, anche per via dell’uscita del primo film, si parlava ovunque. Cominciò a dettare, e noi iniziammo a scrivere: era la Canzone del Cappello Parlante, più precisamente le strofe dedicate a Grifondoro e a Serpeverde. La professoressa ci consigliò vivamente sia di vedere il film sia, soprattutto, di leggere i libri, perché a suo dire ne valevano veramente la pena.
Pieta-Filosofale-Film-PosterFino all’estate di quello stesso anno non ripensai a quel consiglio. Si creò però una serie di circostanze particolari che avrebbero portato quell’estate del 2001 a segnare un punto di svolta nella mia vita, e a diventare l’estate in cui entrai ufficialmente nel mondo del fantasy e dei fandom (anche se ancora non sapevo che si chiamassero così). Successe, dicevo, che come ogni anno il cinema Eden di Arezzo si trasformò nell’Arena Eden e dette il via alla programmazione estiva. Tale programmazione estiva prevedeva (e prevede tutt’ora) la riproiezione dei titoli di punta della stagione invernale, proposti però in una suggestiva location all’aperto.
Tale location, mi perdonerete, ma vale una menzione: è infatti parte integrante dei miei meravigliosi ricordi d’infanzia, e soprattutto dei ricordi legati al mio primo impatto con Harry Potter. Nell’ultimo periodo l’area all’aperto del cinema ha subito un radicale restyling. Lo spazio dove si svolgevano le proiezioni estive è stata sostituita da un laghetto artificiale: nel mezzo del laghetto sorge un moderno bar-ristorante, mentre ai bordi ci sono tavoli e sedie per mangiare, poltroncine e tavolinetti. Ma in quel’estate del 2002, questo posto così glamour era completamente diverso. L’area dove adesso c’è il laghetto artificiale con l’isola in mezzo, l’erba ai lati, le sedie, le ringhiere… era completamente sgombra. Sotto alla scritta “EDEN”, sulla parete esterna laterale del cinema vero e proprio, veniva calato lo schermo e tutto lo spazio libero davanti veniva riempito con delle sedie di plastica. Mi ricordo anche che ai lati dello spiazzo centrale, e sotto lo schermo stesso, c’erano un sacco di piante, di fiori e di verde, e mi ricordo della mia netta sensazione di trovarmi davvero in un giardino dell’eden dove si potevano vivere esperienze meravigliose.
Questa è la cornice in cui, in quell’estate del 2002, in netto ritardo rispetto all’uscita del film e  soprattutto alla pubblicazione dei primi libri, feci la conoscenza con Harry Potter. E fu amore a prima vista, un amore che continua da 15 anni senza essere mai diminuito o calato d’intensità.
L’inverno di quello stesso anno uscì nelle sale La Camera dei Segreti, e questa volta, essendo già diventata una fan sfegatata, non aspettai l’arena estiva per andare a vederlo. 1633_bigNel frattempo avevo contagiato anche Eleonora con la mia passione, perciò quando in un buio pomeriggio invernale mio padre mi accompagnò a vederlo c’era anche lei. A quel tempo i cinema della città esistevano ancora, perché sarebbero dovuti passare ancora due anni prima che venisse aperta la Multisala Europlex, e il cinema dove andammo a vedere La Camera dei Segreti era il cinema Jolly, a due passi da dove abito adesso. Ho un netto ricordo del mio viso che si alza verso l’alto per guardare l’enorme locandina del film appesa ad un muro fuori dal cinema, con in primo piano Harry e la spada di Grifondoro; ricordo anche vagamente, come in un’immagine nebulosa e avvolta dal fumo, il fiume di gente che si accalcava per entrare, e lo scalone interno avvolto dalla luce calda e dorata dei lampadari del cinema.
Ricordo come ci sembrava bello Daniel Radcliffe all’epoca. Avevo comprato un libricino di cartoline della Camera dei Segreti, e mi ricordo che la notte, prima di addormentarmi, me lo mettevo sotto il cuscino dopo aver rimirato per un bel po’ la cartolina in cui Harry mi sembrava più bello. Credo di averla persino sbaciucchiata ogni tanto. Credo. Comunque converrete con me che su questo possiamo tranquillamente sorvolare, non c’è alcun bisogno che i posteri si ricordino di questo triste dettaglio.
locandinapg3In ogni modo prima che uscisse al cinema il terzo film della saga, Il prigioniero di Azkaban, avevo ormai letto tutti i libri usciti fino a quel momento, e nel frattempo avevo contagiato anche altre povere malcapitate con la mia passione. Il terzo anno delle medie, dopo un paio di anni di amicizie passeggere, io ed Eleonora stringemmo un forte legame con Giulia, Rachele e Sara, tre ragazze della nostra classe che ci seguirono volentieri nell’ossessione per Harry Potter. Quando il 4 giugno 2004 Il prigioniero di Azkaban uscì in contemporanea mondiale nelle sale, quindi, eravamo pronte ad andare a vederlo tutte insieme. Avevamo 14 anni, eravamo cresciute esattamente come i protagonisti del film, e ormai i nostri genitori non ci accompagnavano più al cinema. L’Europlex aveva aperto quell’anno in grande stile, e di lì a poco tutti i cinema di Arezzo, eccetto l’Eden, sarebbero caduti inesorabilmente schiacciati dalla sua ingombrante concorrenza. Ricordo ancora il cartonato gigante della locandina del Prigioniero all’ingresso delle sale, e ricordo che con noi c’era anche Nilanthi, una ragazza che abitava nel mio stesso paesino e con cui a pallavolo avevo stretto una forte amicizia proprio grazie alla comune passione per Harry Potter. Daniel Radcliffe ci era sembrato bello fin dal primo film, quindi figurarsi come poteva sembrarci nel terzo film, adesso che era cresciuto e si era snellito ed era diventato oggettivamente più attraente, e – soprattutto – adesso che eravamo delle adolescenti con gli ormoni in subbuglio.
Ma torniamo al Prigioniero di Azkaban. Avevo grandi aspettative per il film, perché il terzo libro mi aveva letteralmente folgorata ed era diventato il mio preferito in assoluto (come poi è rimasto, anche dopo aver letto gli altri). Non solo: nel terzo libro avevo conosciuto anche la mia cotta letteraria storica, quella che sarebbe perdurata ben oltre il limite ragionevole dell’infanzia/adolescenza per protrarsi (ahimé) fino ad oggi. Il terzo libro aveva infatti introdotto il personaggio di Sirius Black, per cui all’inizio provai solo una vaga fascinazione e di cui mi innamorai definitivamente quando, alla fine del 2003, lessi L’Ordine della Fenice. Devo ammettere (forse proprio a causa delle mie altissime aspettative) che il film non mi sembrò meraviglioso come mi ero aspettata: la bellissima trama che mi aveva folgorata nel libro era stata crudelmente mutilata dei suoi aspetti più interessanti, e questo (nonostante adesso a mente fredda possa ammettere che il film ha anche aspetti più che positivi) non sono mai riuscita a perdonarlo. Ma in fondo era sempre un film di Harry Potter, e i film di Harry Potter, a prescindere da quanto possano essere brutti o deludenti (e L’Ordine della Fenice per quanto mi riguarda ha in abbondanza entrambe queste caratteristiche), sono sempre piezz’ ‘e core. Il valore affettivo, insomma, è e sarà sempre più forte del valore effettivo. Ed il valore affettivo, ovviamente, era incrementato dal fatto che i film di Harry Potter andavamo sempre a vederli in gruppo, quindi a poco a poco diventarono un rito legato alla nostra amicizia. E’ stata questa, forse, la cosa che mi ha lasciato più amarezza dopo la fine della saga: il fatto che non ci sarebbe stato più un altro film da aspettare l’anno seguente, non ci sarebbero stati più biglietti da prenotare e attese febbrili nella sala ancora illuminata aspettando che si spegnessero le luci, non ci sarebbe stato più quel brivido di emozione ogni volta che appariva il logo della Warner Bros sullo schermo. 4e6dc207a8d6a2484f4ea156e4b9f39f
E se il mio amore per i film è forte, non potrei nemmeno sognarmi di descrivere adeguatamente quello per la saga cartacea, esente, almeno ai miei occhi, dalle imperfezioni di quella cinematografica. So che forse potrò suonare parziale, e spero che vorrete perdonare la mia cecità da innamorata, ma per quanto mi riguarda i libri di Harry Potter sono perfetti sotto ogni dettaglio: la fantasia dell’ambientazione, la costruzione dei personaggi, la struttura della trama, i dialoghi, lo stile di scrittura. Ogni volta che penso al mondo complesso e rifinito fin nei minimi dettagli che J. K. Rowling è riuscita a creare, rimango sempre ammutolita per l’ammirazione. Tutto è curato, in Harry Potter, non c’è mai niente che sia trascurato o lasciato al caso. Le trame dei romanzi sono un perfetto mosaico in cui ogni piccolo tassello ha il suo posto e non può essere sostituito da nessun altro. Inoltre, che il genere piaccia o meno, nessuno potrebbe negare quanto lo stile della Rowling sia elegante, ironico, avvincente ed evocativo. Le scene che descrive sembrano uscire dalla pagina, proprio come i personaggi sembrano vivere davanti ai nostri occhi. Hanno una costruzione psicologica così curata, sono descritti in modo così vivido, che sembrano voler uscire dalla pagina, che quasi ci sembra di poterli toccare. Non puoi fare altro che affezionarti a loro, dopo sette libri in cui hai riso e pianto con loro, dove hai amato e odiato con loro, dove ti sei spaventato, arrabbiato, divertito con loro. Sono soltanto personaggi fatti di carta e immaginazione, certo, ma dopo tutto questo è inevitabile che diventino un po’ la tua famiglia. Anche quei personaggi che ti piacciono meno, anche quei personaggi che odi e che durante la lettura vorresti vedere morti. Anche loro entrano a far parte di te. E Hogwarts, la splendida Hogwarts, è inevitabile che diventi un po’ anche casa tua. Non si tratta solo di una storia che hai letto cento volte e che ti è familiare perché ormai la conosci a memoria. E’ che ormai la conosci così bene, con le sue sale, le sue aule, i suoi dormitori, i giardini sempre uguali, e le lezioni che si susseguono pigramente le une alle altre, la luce calda delle candele, i banchetti a Natale e ad Halloween, che ti dà un senso di quotidianità, di ripetizione, di sicurezza, di calore. E tutto questo non saprei come altro definirlo se non con il concetto di casa. Non può succederti niente quando sei tra le mura di Hogwarts; non può succederti niente quando sei tra le pagine di Harry Potter; tutte le preoccupazioni svaniscono, e ti rimane solo il senso di fiducioso abbandono che provavi quando eri un bambino. Forse è per questo che, quando sono giù o quando sto attraversando un periodo difficile, sento sempre il bisogno di rileggere Harry Potter. Farlo mi rilassa, mi riequilibra, mi rimette letteralmente in sesto.
04.-La-scuola-di-magia-e-stregonia-di-Hogwarts-1Non vorrei, però, che tutto questo venisse frainteso. Il fatto che Harry Potter ci faccia tornare allo stato d’animo di quando eravamo bambini non vuole dire necessariamente che Harry Potter sia una saga esclusivamente per bambini. Lo può affermare chi non l’ha mai letto e non ha idea di quello di cui sta parlando (e posso assicurarvi che di tipi come questi ce ne sono tanti), ma nessuno che abbia letto l’intera saga (al di là del fatto che gli sia piaciuta o meno) potrà mai affermare che Harry Potter è rivolto soltanto a bambini o adolescenti. Il tono e lo stile dei libri cambiano e si evolvono mano a mano che si va avanti; più il protagonista cresce, più lo stile diventa adulto e maturo, le tematiche maggiormente serie e complesse. Se La Pietra Filosofale ha effettivamente le caratteristiche di una favola dove i ruoli di buoni e cattivi sono ancora ben definiti, già dalla Camera dei Segreti l’atmosfera inizia a farsi più inquietante (non so voi, ma da piccola quando leggevo il secondo libro me la facevo addosso), e i confini tra bene e male iniziano a vacillare, cominciando a portare alla luce sfumature, ombre, zone grigie e contraddizioni che emergeranno più chiaramente dal Prigioniero di Azkaban in poi. E’ proprio questa una delle tematiche più interessanti e complesse delle saga: i luoghi e le persone (spesso improbabili) dove è possibile trovare il bene e il male. Il male non è soltanto nel cattivo di turno, o nei suoi seguaci fanatici: il male può essere trovato anche in un uomo vigliacco, o in una meschina donnetta razzista, nella grettezza, nell’avidità, o in chi tace di fronte alle ingiustizie. Allo stesso modo il bene non è soltanto il formidabile atto di coraggio dell’eroe: il bene può essere in un genitore che muore per suo figlio, in un bambino goffo che affronta coraggiosamente i suoi stessi amici, una parola gentile a una persona in difficoltà, il condividere quello che si ha con chi ha meno di noi, il non aver paura di chi è diverso. Sembrano concetti banali? Magari un po’ retorici? Forse. Quello che è certo è che non c’è nulla di retorico nel modo in cui la Rowling ce li propone nel corso dei libri. Quanto alla banalità, credo che questa sia un attributo che non si possa applicare a tematiche così basilari e così importanti. Il coraggio, la gentilezza, l’amore, il rispetto per se stessi e per gli altri (soprattutto per chi è diverso da noi), la lealtà, l’amicizia, il fare quello che è giusto nonostante il prezzo da pagare … questi sono concetti che dovrebbero essere alla base della nostra esistenza come l’ossigeno che respiriamo, e penso che a nessuno verrebbe mai in mente di dire che l’ossigeno è banale, o qualcosa di già visto e sentito troppe volte. Certi temi sono così fondamentali che non perdono mai la loro forza, esattamente come certi libri che li trattano (se riescono a farlo nel modo adeguato) saranno sempre attuali e adatti ad ogni fascia d’età, dal bambino all’anziano. Ed è esattamente questa, secondo me, la forza della saga potteriana: riesce ad unire in sé due caratteristiche fondamentali, ovvero trattare tematiche basilari e importantissime, e allo stesso tempo essere scritta bene.
Siamo arrivati alla fine di questa mia lunga e sdolcinata dichiarazione d’amore. Ho cercato di esprimere al meglio il mio amore per questa saga con cui sono cresciuta e che ha accompagnato tutti i grandi passaggi della mia vita, dall’infanzia, all’adolescenza all’età adulta. Si può dire, per me come per molti altri che sono cresciuti con Harry, che la saga abbia un valore diverso rispetto a chi l’ha scoperta solo da adulto. Con questo non voglio assolutamente dire che chi l’ha scoperta più tardi la ami di meno o non riesca a coglierne il valore, ma soltanto che la ami in modo diverso. Sembra una cosa un po’ eccessiva da dire per una cosa fatta di carta e inchiostro, ma il modo migliore in cui riesco ad esprimere l’importanza di Harry Potter è affermare che sia parte di me e della mia esistenza. Non saprei come meglio esprimermi, e d’altronde si sa che più si ama una cosa o una persona, e meno si riesce a descrivere adeguatamente il quanto o il perché la si ami.
“Harry Potter?” mi ha chiesto tempo fa mia madre, leggermente stupita. “Ma non era passato di moda?”
No, mamma, Harry Potter non è passato di moda. E credo proprio che non succederà mai.

 

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“Il profumo” di Patrick Süskind

di Agnese

 

Spesso non ce ne rendiamo conto, ma siamo completamente immersi in un fluido aeriforme pieno zeppo di particelle odorose. Insomma, agli odori non si sfugge: possiamo turarci il naso per la puzza, ma dobbiamo in qualche modo respirare, e farlo con la bocca non è salutare né gradevole. Quindi, se un profumiere geniale riuscisse a creare un profumo indicibilmente buono, sovrumano, angelico, potrebbe dominare il cuore degli uomini. Se poi questo individuo dal naso incredibilmente dotato fosse pure un misantropo senza scrupoli… si salvi chi può.

suskind_il_profumoEcco, questa è l’essence absolue del libro, un libro che scava nella mente di un genio – del male, ovviamente -, facendoci capire quanto possa essere profondo e oscuro il pozzo dell’animo umano. Del resto, il periodo storico che Patrick Süskind ha scelto è perfetto: il Settecento, il secolo dei lumi, in cui la torcia della ragione è stata impugnata con ardore, dando la propulsione alla scienza moderna, facendo luce in più punti possibile, ma talvolta senza molta prudenza; si sa, troppa luce acceca. Nel libro, il marchese de la Taillade-Espinasse incarna quello che ho appunto scritto: godetevelo, in tutta la sua irragionevole ragione. E godetevi tutte le meticolose descrizioni olfattive disseminate quasi in ogni pagina: come per magia, diventerete subito più consapevoli dell’immenso oceano degli odori. Che odore ha il mare? «L’odore di una vela gonfia di vento in cui rimane un sentore d’acqua, di sale e di un sole freddo», dice Jean-Baptiste Grenouille, il protagonista del romanzo. Per me ha ragione, quell’uomo mostruoso che fiutava tutto e che ti fa innamorare dell’arte dell’odorare. Mentre leggevo, mi sono messa pure ad annusare il libro… Che profumo! Uno dei migliori profumi al mondo, per me.

 

New entry alla Bottega dell’Inchiostro!

Ben ritrovati a tutti!

Dopo una lunga pausa dovuta alle ferie e a svariati problemi di connessione, ritorno da voi con una bella notizia: vi annuncio che da oggi il blog non ospiterà più soltanto le mie ciance, ma anche quelle di Agnese, mia fedele compagna di scleri letterari e cinematografici, che ha acconsentito a collaborare saltuariamente con questo piccolo spazio letterario.

Le do quindi il benvenuto, a nome di tutti, nella Bottega dell’Inchiostro, sperando che decida di prolungare la sua permanenza qui il più a lungo possibile!

Linda

“Il prigioniero del cielo” di Carlos Ruiz Zafόn

Adesso riposi, amico. Il paradiso può attendere. E l’inferno le sta stretto.

Poco tempo dopo gli avvenimenti narrati ne L’ombra del vento, Daniel Sempere conduce una vita tranquilla: sposato con Beatriz e padre del piccolo Julián, continua a gestire la “Sempere e figli” insieme al padre e al fidato amico Fermín Romero de Torres, a sua volta in procinto di convolare a nozze. Ma un giorno, inaspettatamente, arriva nella libreria un misterioso sconosciuto zoppo. Lo sconosciuto, il cui nome è Sebastiàn Salgado, compra un costoso esemplare de Il conte di Montecristo, restituendolo subito dopo con un’inquietante dedica per Fermín e riaprendo vecchie questioni rimaste sepolte ed irrisolte. Veniamo così a conoscenza del passato da carcerato di Fermín dopo la guerra civile spagnola, nonché dei suoi inaspettati legami con alcuni personaggi incontrati ne Il gioco dell’angelo. Verità terribili e scomode, che influenzeranno inevitabilmente il presente di Daniel.

3912205_260536Ricordo che a suo tempo (vale a dire tra i 15 e i 18 anni) ho divorato prima L’ombra del vento e poi Il gioco dell’angelo con entusiasta voracità, trovando irresistibili la storia, i personaggi, il modo di Zafόn di raccontare  e di tratteggiare l’atmosfera barcellonese. Sono giunta quindi al terzo capitolo della saga guidata dai migliori auspici, ma allo stesso tempo timorosa (come spesso succede quando si torna dopo tanto tempo in un mondo che si è amato molto) che la magia potesse non ripetersi. E devo ammettere, anche se a malincuore, che in parte i miei timori si sono rivelati fondati.
Dico in parte perché molti degli aspetti positivi che mi hanno fatto amare la serie del Cimitero dei Libri Dimenticati sono per fortuna rimasti inalterati. Sto parlando innanzitutto della grande abilità narrativa di Zafόn , che da una parte ci regala personaggi superbi e indimenticabili, dall’altra uno stile di scrittura incalzante, accattivante, a tratti forse un po’ troppo virtuosistico e dalle frasi eccessivamente lunghe, ma capace di stillare delle vere perle condite con sapiente e sottile ironia, soprattutto nei dialoghi. E poi naturalmente c’è Barcellona, magica e onirica, quasi sospesa nel tempo. Sotto questo aspetto, però, il libro mi è sembrato una specie di brusco ritorno alla realtà rispetto ai primi due: mentre ne L’ombra del vento e Il gioco dell’angelo questa atmosfera onirica e visionaria era molto più accentuata (diventando addirittura allucinatoria ne Il gioco dell’angelo, anche per via della sanità mentale sempre più compromessa del protagonista), qui ho avvertito una sensazione diversa. Forse per via del fatto che la storia (seguendo i flashback dedicati al passato di Fermín) si svolge per buona parte in un ambiente crudele e “realistico” come il carcere per prigionieri politici di Montjuic, la storia perde parte della sua atmosfera sospesa e onirica, anche se certamente rimane intatto l’aspetto romanzesco.
Molto saggia e intrigante anche l’idea di collegare attraverso la figura di Fermín i personaggi de Il gioco dell’angelo e de L’ombra del vento, costruendo una continuità tra i libri della serie che per ora era stata accennata solo vagamente.
Quello che secondo me funziona poco, tuttavia, è proprio l’impianto narrativo, che invece era più definito nei due libri precedenti. Poteva risultare più marcato e strutturato ne L’ombra del vento, più labile ne Il gioco dell’angelo (dove l’onirico prevale nettamente sulla storia vera e propria), ma in entrambi i casi la storia, che fosse più o meno articolata, aveva una sua coerenza interna, con un punto di inizio e un punto di fine. Ne Il prigioniero del cielo, invece, ho avuto a sensazione che sia stata messa troppa carne al fuoco, che siano state aperte troppe linee narrative e poste troppe domande, nessuna delle quali, di fatto, ha trovato risposta alla fine del libro. Non contesto ovviamente la legittima scelta di Zafόn di lasciare il finale in sospeso (con l’evidente intenzione di continuare il discorso nel libro successivo), ma per quanto mi riguarda, finale aperto o no, una storia un minimo di struttura e coerenza interna la deve avere; invece qui tutti i fili che erano stati tesi nel corso della storia sono rimasti lì, in attesa di essere annodati insieme in qualche modo e lasciando il lettore con una sgradevole sensazione di incompletezza, come se si trattasse di un libro iniziato e lasciato a metà. Mi è sembrato, insomma, che l’autore fosse stato indeciso su che direziona far prendere alla storia, e che non sia mai riuscito a raggiungere il vero tema, il vero punto della questione. Ho apprezzato moltissimo la volontà di approfondire il passato di Fermín (probabilmente il personaggio migliore della saga), ma forse avrebbe funzionato di più un libro che trattasse esclusivamente di questo, come una sorta di spin-off, e non solo come un flashback piazzato in mezzo alla storia principale.
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Devo ancora leggere Il labirinto degli spiriti, quarto volume della saga uscito da poco. Il catalogo Euroclub continua a propormelo insistentemente da un bel po’, quindi penso che alla fine cederò alla curiosità e lo leggerò (anche perché ormai la serie l’ho iniziata, e vi ho già parlato più volte della mia incapacità sheldoniana di lasciare le cose a metà). Avrete quindi presto mie notizie in merito!

Letture di febbraio: “I tre giorni di Pompei” di Alberto Angela

[…] il mio pensiero va a quelle migliaia di volti e sorrisi che non conosceremo mai e che hanno riempito di vita Pompei fino a quel terribile giorno del 79 d.C.

Ormai lo sappiamo tutti: la famiglia Angela è un’istituzione e dovrebbe essere considerata patrimonio nazionale. La mia prima iniziazione a questa fede l’ho avuta da piccola, con i documentari di Angela Padre: ero fissata con gli animali, e non mi perdevo una puntata di Super Quark. Più di recente, con i documentari della Rai “Stanotte a …” (che, insieme a tisanine e copertine di pile tattiche, hanno piacevolmente riempito diverse mie serate invernali), mi sono avvicinata al Verbo diffuso dal Figlio. Non avevo però ancora avuto occasione di leggere il Suo Verbo stampato su carta finché sono alfine entrata in possesso del sopracitato Vangelo: Gli ultimi giorni di Pompei.
Causa stanchezza lavorativa , mi ci è voluto un po’ a finirlo (in mia difesa, posso assicurarvi che è un tomo davvero notevole), ma finalmente oggi sono arrivata alla fine di quello che non posso definire altro che come un meraviglioso, avvincente e a tratti commovente viaggio nei tre giorni che hanno preceduto la terribile eruzione del Vesuvio del 79 d.C.
angelapompei-cover1Si sente spesso dire che gli Angela sono i re della divulgazione storico/artistica e scientifica: per quanto mi riguarda, mai fama fu più meritata. I loro pregi più grandi sono sicuramente due: parlare in modo semplice e diretto, in modo che tutti possano capire (cercando di creare un’atmosfera piacevole, ma mai trattando le cose con superficialità), e far immedesimare chi ascolta in quello di cui stanno parlando.
Gli ultimi giorni di Pompei è un perfetto esempio di questa efficace strategia divulgativa. Alberto Angela è sicuramente un esperto dell’argomento, e tuttavia mai per un solo secondo riesce a farlo risultare tedioso. Ti accompagna per le vie di Pompei ed Ercolano alla scoperta di ogni minimo aspetto della vita quotidiana dell’epoca, raccontandolo con la stessa complicità con cui si racconta una storia davanti al caminetto e (questo è un metodo che trovo molto efficace) facendo continuamente similitudini con aspetti della vita quotidiana odierna, in modo che chi legge abbia più chiaro il concetto che vuole esprimere. Ma non solo: questa strategia ha anche lo scopo di far capire al lettore che alla fin fine la vita delle persone di allora non era poi così diversa o lontana dalla nostra. E qui veniamo al secondo grande pregio degli Angela, e in particolare, in questo caso, di Angela figlio: la loro capacità di far immedesimare in quello che raccontano. Gli ultimi giorni di Pompei non è solo un libro di storia o un saggio di archeologia. Gli ultimi giorni di Pompei è la storia delle ultime ore di vita di una città, una città fatta di persone, alcune delle quali (Rectina, Tito Suedio Clemente, il pescatore e suo figlio, i ricchi e volgari fratelli Vettii, l’astuto banchiere) siamo in grado di conoscere meglio delle altre grazie fortunati ritrovamenti archeologici e/o a fonti che ci sono state tramandate. Queste persone, come Alberto ci mostra chiaramente nel suo documentario/racconto, vivevano, parlavano, respiravano, amavano, mangiavano, bevevano e soffrivano esattamente come noi. Avremo potuto essere noi. Abbiamo solo avuto la fortuna di nascere nel secolo giusto, scampando al disastro che invece ha tragicamente colpito loro. Ed è questo che, secondo me, dovrebbe essere l’insegnamento della Storia, anche nelle scuole. Le date e gli avvenimenti sono importanti, certo, ma altrettanto importante è riuscire a far capire a chi la storia la studia che non si tratta solo di uno sterile e astratto succedersi di date, nomi e battaglie. Se si vuole far capire ai più giovani che studiare storia è importante perché è da lì che veniamo, bisognerebbe prima di tutto farli sentire vicini al mondo che stanno studiando. In questo Alberto Angela, grazie all’evidente passione per gli argomenti che tratta, dimostra un’enorme sensibilità. E questa sensibilità raggiunge l’apice quando il discorso cade sui tristemente famosi calchi dei corpi delle vittime conservati a Pompei. Alcuni calchi, come si può vedere dall’inserto fotografico del libro, sono talmente accurati che si riescono a distinguere perfettamente i tratti dei volti; altri sono disposti in posizioni strazianti, come l’uomo che cerca di coprire con il mantello il volto della giovane moglie incinta per proteggerla dall’orrore, o il bambino stretto al petto della madre che, in un ultimo impeto di sopravvivenza, cerca di alzarsi …
Quando Alberto parla di loro lo fa con evidente commozione, una commozione che posso comprendere: purtroppo mi ricordo poco della mia gita a Pompei in quinta ginnasio, ma non scorderò mai l’impressione che mi fecero i calchi di quelle persone morte. Ma soprattutto, Alberto ne parla con profondo rispetto. In un passo che mi ha colpita molto osserva quanto spesso, purtroppo, i visitatori di Pompei si comportino in modo poco rispettoso: la maggior parte li fotografa ossessivamente, altri addirittura ne ridono. Angela si pone quindi un interrogativo che a molti potrebbe sembrare estremo: si chiede cioè se sia giusto tenere esposta sotto gli occhi di tutti la tragedia di quelle che adesso sono solo forme di pietra inanimata, ma che un tempo erano persone vive.
Avrete notato che spesso durante questa recensione mi sono riferita ad Alberto Angela semplicemente come “Alberto”. Non è certo mia intenzione prendermi confidenze fuori luogo verso persone che in fondo nemmeno conosco, ma il bello degli Angela è proprio questo: fanno così bene il loro lavoro, e lo fanno da così tanto tempo, con una semplicità e un’umiltà così squisite, che ti viene spontaneo considerarli quasi delle persone di famiglia. E per tutta questa passione, questa umiltà e questa competenza, mi sento solo di dire loro un sincero e sentito Grazie.

Letture di dicembre: “La cruna dell’ago” di Ken Follett

Saluti a Willi.

Primavera 1944. Mancano poche settimane al D-Day. Tutto è pronto per lo sbarco alleato in Normandia, e il governo inglese, per sviare l’attenzione dei tedeschi dal reale luogo dello sbarco, ha organizzato un inganno su scala enorme: un finto esercito di gomma e cartapesta nel sud-est della Gran Bretagna ben visibile agli aerei della Lutwaffe, falsi messaggi in codice e indizi fuorvianti per i servizi segreti tedeschi. Tutto sembra andare per il verso giusto finché l’inganno non viene scoperto dalla spia più in gamba di cui Hitler dispone: è Die Nadel, “l’ago”, così soprannominato perché è solito uccidere con uno stiletto, e che in breve diventa la sola persona in grado di decidere le sorti della guerra.

5682223_295275I romanzi/film ambientati durante la Seconda Guerra Mondiale mi hanno sempre attirato particolarmente, perciò, quando ho trovato questo libro sulla bancarella di un mercatino a pochi euro non ho avuto dubbi e l’ho subito comprato. La cruna dell’ago è la mia terza esperienza con Ken Follett, dopo Il terzo gemello e I pilastri della Terra, e nonostante io non sia una sua fan sfegatata, devo dire che per adesso non sono mai rimasta del tutto delusa. Da una parte, infatti, lo stile di Follett mi è sempre risultato leggermente piatto, e mi ci è sempre voluto un po’ più di tempo per appassionarmi alle storie e ai personaggi; dall’altra, però, è giusto dare a Cesare quel che è di Cesare: gusti personali a parte, Ken Follett è un narratore capace che sa fare il suo mestiere, e anche se non mi ha mai portato appassionato in modo maniacale come altri scrittori, è sempre riuscito a portarmi senza problemi alla fine dei suoi romanzi, intrattenendomi con una lettura più che gradevole. Nel caso dei Pilastri della Terra, com’è quasi inevitabile alla fine di un libro così lungo, sono anche arrivata ad affezionarmi abbastanza ai personaggi.
La cruna dell’ago non ha fatto eccezione. La prima parte del libro è partita in modo un po’ lento, e ci ha messo del tempo per ingranare ed entrare nel vivo. Ma dal momento in cui Faber (ovvero Die Nadel) entra in possesso dell’esplosivo segreto militare e comincia il suo viaggio irto di ostacoli per portare in Germania le fotografie che provano l’inganno, tutto ha cominciato a scorrere molto più agilmente, e la storia è diventata molto più avvincente e interessante. La parte di gran lunga più appassionante comincia nell’ultima parte del romanzo, quando Faber, nel tentativo di raggiungere il sottomarino tedesco che dovrebbe portarlo in patria, incappa in una spaventosa tempesta e fa naufragio sull’isola semi-deserta dove abita Lucy con il marito invalido, il figlioletto e il vecchio pastore Tom. Oltre ad entrarci di mezzo una storia d’amore appassionata e tormentata (sapete bene che per quanto mi riguarda non disdegno mai un pizzico di sentimento qua e là), la situazione che non tarda a svilupparsi è quella dell’assassino che bracca la classica final girl in un luogo chiuso, situazione ansiogena e claustrofobica in cui Ken Follett dà fondo a tutti gli espedienti narrativi più classici del thriller e persino dell’horror. Peccato che, dopo avermi fatto raggiungere il nirvana con questo finale mozzafiato da fuochi d’artificio, Follett si sia rovinato con un epilogo banalotto e scontato, con Lucy che sposa Bloggs (uno degli agenti dei servizi segreti inglesi che dava la caccia a Faber, e con cui interagisce in una misera paginetta quando finalmente i rinforzi arrivano sull’isola) formando una famiglia felice da Mulino Bianco con legioni di figli e di nipoti, rievocando l’esperienza vissuta durante la guerra in un quadretto un po’ stucchevole, come se fosse un aneddoto  da vacanze al mare.
L’aspetto più particolare di questo libro è il fatto che, al contrario di quanto ci si aspetterebbe, il vero protagonista, quello a cui ci affezioniamo e quasi per cui tifiamo, quello che è meglio descritto e approfondito a livello caratteriale e psicologico, è proprio Faber, la spia tedesca. Si crea quindi una situazione paradossale, in quanto il lettore si ritrova inevitabilmente ad immedesimarsi e a “tifare” per quello che in teoria dovrebbe essere il “cattivo” della situazione (che, per quanto umano possa essere, rimane pur sempre un uomo al servizio dei nazisti), mentre quelli che dovrebbero essere i “buoni” (gli agenti dell’MI5, il servizio segreto inglese) rimangono molto in secondo piano, personaggi di gran lunga meno interessanti. L’altro personaggio descritto in modo molto accurato, e che quanto ad approfondimento psicologico e caratterizzazione riesce a reggere il paragone con Faber, è sicuramente Lucy (non a caso l’unica tra tutti gli altri personaggi che riuscirà ad aprire una breccia nella maschera di Die Nadel e a sconfiggerlo).
Un aspetto molto interessante del personaggio di Faber (che forse ho notato solo io, ma che mi ha colpito parecchio), è la forte affinità che ha con la figura di Ulisse: l’astuzia e l’intelligenza sopra la media, la sua capacità di cambiare volto, nome e identità a piacimento, e sopra ogni altra cosa il suo infinito viaggio irto di ostacoli per ritornare in patria. Persino il naufragio sull’isola in seguito alla tempesta, il suo arrivo nudo e semisvenuto a casa di Lucy, ricorda l’arrivo di Ulisse, sopravvissuto alla tempesta e senza vestiti, accolto da Nausicaa sull’isola dei Feaci. Come nel caso di Ulisse, l’isola sarà il primo posto dove Faber riuscirà a trovare una parvenza di pace dopo le difficoltà del viaggio; e proprio come Ulisse, che dopo l’isola dei Feaci terminerà il suo viaggio tornando a Itaca, anche Faber dopo l’Isola della Tempesta terminerà il suo viaggio, anche se in modo ben diverso.

La lettura de La cruna dell’ago, insomma, è stata un’esperienza più che piacevole. Pur non essendo uno dei libri che mi rimarrà più impresso, è riuscita a intrattenermi e anche a coinvolgermi, ed è sicuramente da consigliare. Per continuare la mia “Follett Experience”, ho in programma di leggere presto la trilogia del Novecento, e magari continuare la trilogia di Kingsbridge iniziata con I pilastri della Terra e per ora incompiuta (secondo le mie ultime informazioni, il terzo e ultimo capitolo, ambientato nel Seicento, dovrebbe uscire ad autunno di quest’anno) … e vista la mole dei tomi in questione, di certo non sarà un’impresa breve né facile!

“Harry Potter e la maledizione dell’erede” di J. K. Rowling, John Tiffany e Jack Thorne

Harry, non c’è mai una risposta perfetta in questo confuso mondo emotivo. La perfezione è fuori della portata dell’umanità, fuori dalla portata della magia. In ogni luccicante momento di felicità è nascosta questa goccia di veleno: la consapevolezza che il dolore tornerà. Sii sincero con le persone che ami, mostra il tuo dolore. Soffrire è altrettanto umano che respirare.

 

Chiunque mi conosca o abbia letto anche solo qualcuna delle mie recensioni conosce bene la mia viscerale, smisurata passione per la saga di Harry Potter. Non vi stupirete, quindi, se la recensione che oggi voglio proporvi – e sulla quale ho dovuto meditare a lungo per essere più obiettiva ed equa possibile – avrà come argomento l’ultimo, chiacchieratissimo capitolo della saga, Harry Potter e la maledizione dell’erede.
Dico “chiacchieratissimo” perché chiunque di voi frequenti i social o il web in generale non potrà non essersi imbattuto, prima o dopo, in una discussione al riguardo. E nel caso vi fosse capitato, non potrete non esservi accorti di una cosa: e cioè che i giudizi su quella che gli stessi autori definiscono “l’ottava storia” del mondo di Harry Potter sono per la stragrande maggioranza poco lusinghieri. Alla maggior parte degli appassionati della saga, insomma, questo nuovo libro non è proprio andato giù, e l’aria che si respira negli ambienti potteriani è di grandissima delusione. Io avevo captato questa delusione già da diverso tempo, leggendo e ascoltando qua e là stralci di commenti di persone che avevano già letto la versione in lingua originale, ma la ferma decisione di aspettare la versione italiana del libro (non perché non capisca o non mi piaccia l’inglese, tutt’altro, ma per tenere fede a una tradizione di vecchia data legata ai libri di Harry Potter) aveva avuto la meglio sulla mia curiosità di scoprire il perché di questi giudizi negativi. Il commento che sentivo più spesso era questo: “Sembra una fanfiction di bassa lega”. Il che mi aveva spaventato non poco, ma d’altra parte sono anche abituata alla tendenza un po’ “snob” che hanno molti fan sfegatati di un’opera/saga (me compresa, lo ammetto senza problemi), quindi speravo che la situazione potesse non essere così grave come la dipingevano.
Sento già qualcuno di voi protestare a tutto ‘sto preambolo gridando “Troppa trama!” e chiedendosi giustamente quale sia, alla fine della fiera, il mio giudizio sul libro dopo averlo letto. La mia personalissima  opinione è che la verità, come spesso accade, stia da qualche parte nel mezzo.
Da una parte posso capire la delusione della maggior parte delle persone: si tratta del primo seguito ufficiale di Harry Potter a distanza di ben sette anni dai Doni della Morte, e chiaramente le aspettative erano altissime, se non di più. E si sa che, quando le aspettative sono così alte, è davvero molto difficile soddisfarle, a prescindere dalla reale qualità del prodotto, perché ognuno si fa il suo personale film nella testa che nessuno eccetto noi stessi potrà mai realizzare in modo adeguato. Sia chiaro che con questo non voglio dire che La Maledizione dell’erede sia rimasto ingiustamente vittima delle aspettative troppo alte dei fan. Non voglio difenderlo a spada tratta, perché effettivamente ha dei difetti anche piuttosto notevoli. Voglio soltanto dire che quelle aspettative un po’ troppo alte hanno forse contribuito a mettere un po’ in ombra i pregi, e che hanno fatto apparire il tutto molto peggiore di quanto in realtà non sia.
Ma procediamo con ordine.

 

*** SPOILER ALERT!!! Siete avvisati: da qui in poi chi non ha letto il libro potrebbe incappare in alcune rivelazioni sulla trama, perciò se non volete sapere niente saltate questa parte e andate direttamente alla fine ***

 

harry-potter-8-351x540Sicuramente il difetto più grossolano individuabile ne La maledizione dell’erede è lei. Delphi. La figlia in incognito di Voldemort e Bellatrix Lestrange, la tipa superfAiga e superkattivah che sembra uscita (qui mi tocca dare ragione ai più feroci detrattori del libro) dalla peggio ficcyna. Una Mary Sue nel senso più pieno e più vero dell’espressione, da far impallidire le legioni di self insertion poracce uscite dai bassifondi trash di EFP. Ha anche i capelli argento e blu, capite? I capelli argento e blu, come una qualsiasi Mary Sue partorita dalla penna di una fangirl tredicenne. E francamente non riesco proprio a capire il motivo dell’inserimento di questo nuovo ed improbabile personaggio. Mi sforzo, ma davvero non ci riesco. La storia avrebbe potuto funzionare benissimo anche senza bisogno del suo intervento. Quasi tutti i libri di Harry Potter (quale più, quale meno) hanno la fisionomia di una detective story in cui, alla fine, viene fuori che il “colpevole” o il “cattivo” è un personaggio insospettabile, a cui non avremmo mai pensato: succede con Raptor nella Pietra Filosofale, con Tom Riddle nella Camera dei Segreti, con Peter Minus nel Prigioniero di Azkaban e con Barty Crouch jr. nel Calice di fuoco. J. K. Rowling ci ha abituato alle trame costruite perfettamente, al colpo di scena finale, e posso solo pensare che con Delphi abbia provato a fare la stessa cosa. Solo che, mi dispiace dirlo, in questo caso ha fallito miseramente, perché era scritto a lettere cubitali e fosforescenti fin dalla prima pagina del libro che ‘sta tizia apparsa dal nulla sarebbe stata la cattiva di turno. Mi dispiace, zia Row. You failed, but thanks for trying. In questo caso non c’era alcun bisogno di trovare un antagonista, o un colpevole, o un cattivo: il vero snodo della storia, il vero punto centrale, è il rapporto conflittuale tra Harry e Albus, ed è da quello che vengono messe in moto tutte le vicende. Il resto sarebbe stato in piedi perfettamente anche senza Delphi.
Ma il problema de La maledizione dell’erede, certamente, non è solo Delphi, anche se sono dell’opinione che con la sua assenza il libro avrebbe guadagnato parecchio. Il problema de La maledizione dell’erede, secondo me, è il fatto di aver voluto piegare al mezzo espressivo teatrale una storia che si prestava poco ad un adattamento del genere. Una storia come questa ha bisogno dei suoi tempi narrativi per dare spazio alle vicende, alle descrizioni dei luoghi, all’approfondimento psicologico dei personaggi. Tutte cose che i tempi e le modalità di uno spettacolo teatrale, per quanto ben allestito, non ti danno la possibilità di fare adeguatamente. E così è inevitabile che tutto sembri affastellato su se stesso, che i personaggi (pur avendo una caratterizzazione più che dignitosa) sembrino l’ombra di quelli che ci siamo abituati a conoscere, che le vicende si accavallino in modo un po’ artificioso e innaturale. Sono tutti difetti, certo, ma la verità è che sono solo conseguenze logiche e naturali di un grosso difetto a monte, ovvero quello di aver voluto ricavare uno spettacolo teatrale da una storia a cui, per essere resa giustizia, doveva essere dedicato un romanzo o al massimo un film.
Ho detto “rendere giustizia alla storia” perché secondo me la trama di base è una delle cose che riesce a salvare questo libro e a renderlo interessante. Il discorso delle Giratempo e dei viaggi nel tempo era stato affrontato di sfuggita nel Prigioniero di Azkaban, e meritava decisamente di essere trattato in modo più ampio. Personalmente ho apprezzato moltissimo il susseguirsi di sbalzi avanti e indietro nel tempo, nonché tutti i cambiamenti del corso temporale (a volte esilaranti, a volte più seri) causati dall’imprudenza di Albus e Scorpius. Come ho già accennato sopra, inoltre, ho trovato la caratterizzazione dei personaggi sicuramente sacrificata a causa della costrizione nella forma del copione teatrale, ma in ogni caso più che dignitosa: ho trovato esagerate e un po’ ingiuste le accuse di OOC mosse da molte persone (per chi non mastica il linguaggio delle fan fiction, OOC significa letteralmente out of carachter, ovvero caratterizzare un personaggio in modo totalmente sbagliato e opposto rispetto alla sua caratterizzazione nell’opera originale); l’unico personaggio caratterizzato un po’ con i piedi, su cui mi sento di dare ragione alle suddette persone, è Ron, descritto come un sempliciotto che non capisce mai cosa succede e che pensa solo a mangiare e a distribuire scherzi dei Tiri Vispi Weasley a destra e a manca. I rapporti interpersonali e i conflitti tra i personaggi principali, soprattutto quello padre/figlio tra Harry e Albus, sono delineati molto bene, anche se Albus, da bravo figlio di suo padre (che come ricorderete nell’Ordine della Fenice ci ha scartavetrato ampiamente le balle con le sue turbe adolescenziali e i suoi scatti di rabbia a caso), a volte raggiunge picchi di vittimismo insopportabili e verrebbe voglia di prenderlo a schiaffi due a due finché non diventano dispari. Bellissima, tenera e struggente la storia di Draco e Astoria, su cui pregherei la Rowling di scrivere al più presto un romanzo a sé (ovviamente dopo aver scritto la saga sui Malandrini che sto aspettando dall’età di 13 anni).

In conclusione … già, qual è la mia conclusione? Vi confesso che sono in grande difficoltà nel dare un giudizio netto su questo libro. Di certo non posso dire che non mi sia piaciuto: mi ha intrattenuto, mi ha divertito e, grossi difetti a parte, mi ha coinvolto. E, ovviamente, va considerato l’enorme valore affettivo che storia e personaggi hanno per la sottoscritta. Allo stesso tempo, però, non posso neanche dire che lo consideri allo stesso livello degli altri libri della saga. A dire la verità, come ho sentito dire da molte altre persone, ho difficoltà a considerarlo parte del canone potteriano ufficiale, come se in realtà non fosse veramente un seguito. E questo, ripeto, non perché non mi sia piaciuto per niente e lo rigetti completamente, ma forse ancora una volta a causa della forma teatrale, che me lo fa percepire come qualcosa di completamente diverso, una specie di “esperimento”. Insomma, per quanto mi riguarda la storia finisce sempre ad “All was well”. Lo consiglierei ad altre persone? Certo che sì, a patto però di non farsi aspettative troppo alte e di prenderlo per quello che è: e cioè non un vero e proprio seguito che debba reggere il confronto con i romanzi, ma una specie di “sfizio” che l’autrice si è tolta, come aveva preannunciato tempo fa in una dichiarazione rimasta famosa:

“Harry è il mio bambino, e se voglio farlo uscire un’altra volta a giocare lo farò.”

Letture di settembre (parte 1): “Io prima di te” di Jojo Moyes

Non pensare a me troppo spesso. Non voglio pensarti in un mare di lacrime.
Vivi bene. Semplicemente vivi.

Salve a tutti e ben ritrovati!
Mi scuso per la mia lunga assenza , ma è stato un periodo stressante dal punto di vista lavorativo e non mi ha permesso di dedicarmi come avrei voluto all’aggiornamento del blog. Adesso che le acque sembrano essersi un po’ calmate, però, sono pronta a ritornare in pista, tanto più che con l’inizio di ottobre e (pare) l’arrivo ufficiale dell’autunno, è cominciata anche la stagione che, secondo me, più si confà alla lettura: libri, tempo uggioso, copertine, tè caldo, gatti che fanno le fusa … cosa può desiderare di più una lettrice dalla vita?
Bene! Per inaugurare questo mio ritorno tra di voi ho scelto un libro che negli ultimi tempi, dopo l’uscita del film omonimo nei cinema, è salito decisamente alla ribalta: Io prima di te, di Jojo Moyes.

AVVISO PER CHI NON HA ANCORA LETTO IL LIBRO!!! Temo che nel corso della lettura vi imbatterete in degli SPOILERONI sulla trama, e di questo mi scuso, ma purtroppo si è rivelato necessario per mettere insieme una recensione decente e argomentare bene le mie opinioni.

La vita della ventiseienne Louisa Clark non sta prendendo una bella piega: licenziata dal bar in cui lavorava ormai da sei anni, priva di esperienza in qualsiasi altro campo lavorativo, mai andata oltre i confini del piccolo paesino inglese dove è nata e cresciuta, Louisa fatica a trovare un lavoro che le permetta di aiutare economicamente i suoi genitori, la sorella e il nipotino. E poi, un giorno, la svolta: la ricca famiglia Trainor, infatti, sta cercando una ragazza giovane, vivace e simpatica per occuparsi del figlio Will, tetraplegico bloccato su una sedia a rotelle. Il lavoro sembra fatto apposta per Louisa, che infatti, nonostante non abbia esperienza nell’assistenza ai disabili, ottiene subito il posto. Il suo compito, però, si rivela fin da subito difficile: dopo l’incidente, infatti, il sarcastico, scontroso e disilluso Will ha perso qualsiasi tipo di entusiasmo per la vita, e avere tra i piedi l’esuberante, chiacchierona, imbranata Louisa Clark non gli piace per niente …

3794538_245549Il merito di essermi  finalmente convinta a leggere questo libro è da dividersi ex aequo tra tre persone. Da una parte abbiamo la cara Emilia Clarke, che accettando la parte della protagonista nel film mi ha spinto a desiderare di vederlo (potevo io, ossessionata da Game of Thrones, perdermi un film con la mia khaleesi di fiducia?) e quindi (con un riflesso pavloviano tipico di ogni lettore incallito) sentire l’impellente bisogno di leggere il libro prima di andare al cinema. Dall’altra parte abbiamo le mie allegre compari Veronica e Cristina, che della Moyes hanno letto praticamente tutto il leggibile e che, a forza di ripetermi che “non sono storie romantiche come le altre, sono molto più profonde, c’è molto di più”, alla fine mi hanno convinto. E, aggiungerei, per fortuna. Perché Io prima di te, a parte qualche perplessità iniziale, è stata una piacevole rivelazione sotto molti punti di vista.
Il primo pensiero che mi è passato per la testa leggendo, devo ammetterlo, è stato “sembra la versione più scialba e romantica di Quasi amici”. Mi rendo conto che è un ragionamento sbagliato e anche parecchio snob, ma dato che Quasi amici è un film che affronta l’argomento disabilità in modo molto toccante ed efficace, e dato che ha avuto un grandissimo successo, ha finito per diventare una pietra di paragone inevitabile (per me come per molte altre persone). Ogni volta che leggo un libro/vedo un film che parla dell’argomento mi viene spontaneo paragonarlo a Quasi amici, e di solito il libro/film in questione finiscono per perdere miseramente il confronto. In questo caso, però, avevo ragione solo a metà. Sì, l’argomento trattato era in linea generale lo stesso (un disabile grave che ha perso la voglia di vivere e che incontra una persona che riesce a cambiare il suo modo di vedere le cose), e sì, l’approccio con cui l’argomento veniva affrontato era quello sentimentale. Per il resto, però, fare confronti con Quasi amici si è rivelato sbagliato e anche abbastanza inutile, visto che, se all’inizio il tema sembra essere lo stesso, andando avanti con la storia appare chiaro che il punto di vista da cui si sceglie di affrontarlo è completamente diverso. Se in Quasi amici l’ottica con cui ci si approccia al tema è quella del riuscire a ritrovare la voglia di andare avanti e ad apprezzare di nuovo le cose belle e quotidiane della vita nonostante la disabilità, in Io prima di te il punto di vista è completamente opposto. Ed è giusto precisare che nessuno dei due prevale sull’altro, ma sono tutti e due validi e legittimi.
Io prima di te affronta un tema delicato,spinoso e di grande attualità come quello dell’eutanasia volontaria, e lo fa con grande sensibilità, delicatezza e leggerezza. Un’eccessiva drammatizzazione avrebbe forse spinto il lettore ad affrontare il tutto in modo molto più “di pancia”, facendosi sopraffare dal sentimentalismo e vanificando lo scopo finale: l’approccio scelto dalla Moyes si è rivelato quindi, a mio parere, molto azzeccato.  Lo stile non è certo eccelso, ma è scorrevole, coinvolgete e frizzante. Di certo non abbiamo un lieto fine nel vero senso della parola (il libro si chiude sulla note di una serenità velata di malinconia), ma il massimo di cui possiamo accusare la Moyes è di averci fatto spendere un patrimonio in fazzolettini di carta, perché per dire veramente quello che voleva dire la storia non poteva finire che in questo modo. Se Will alla fine avesse deciso di non morire grazie a Louisa, sarebbe stata niente di più che una storiella a lieto fine e anche piuttosto banale. Invece la Moyes riesce a portare il discorso a un livello più profondo e maturo, facendoci fare i conti con una realtà forse brutale, forse dolorosa, ma necessaria. Il concetto (certamente in alcuni casi condivisibile, ma ormai abusato e trattato in modo troppo spesso superficiale) dell’amore che salva e che vince su ogni cosa, viene superato. 53102La Moyes ci dice che l’amore, purtroppo, in certi casi non è abbastanza, e che a volte il modo migliore per dimostrarlo a una persona cara è semplicemente aiutarlo a ottenere una morte dignitosa, proprio perché liberamente scelta (non è un caso che la clinica svizzera a cui Will si rivolge per porre fine alla sua vita si chiami proprio Dignitas). A questo punto sono persino incerta se definire questo libro una vera e propria storia d’amore. Il punto, qui, non è la relazione tra Louisa e Will, ma quello che loro due, singolarmente, riescono a diventare grazie a questo sentimento, a come riescono a migliorare e maturare grazie a questa esperienza. Louisa diventerà più aperta, più audace, scoprirà nuovi orizzonti e imparerà a vivere la vita che veramente vuole; Will affronterà quello che resta della sua vita in modo più sereno, senza più allontanare le persone da sé: manterrà immutata la sua decisione di morire, ma sarà in grado di farlo in modo più lucido e consapevole, valutando non soltanto in base al rancore, allo sconforto e alla depressione, ma anche in base all’alternativa possibile di una vita serena. La vita, sembra dirci la Moyes tra le righe, è nostra e soltanto nostra, e nessuno a parte noi può dirci cosa è giusto o non è giusto farne. Si può scegliere di non viverla, e se invece si decide di viverla è giusto farlo nel modo più pieno e più completo possibile, perché è l’unica che abbiamo.

P.S. Se qualcuno di voi, come la sottoscritta, non fosse un esperto di Jojo Moyes, vi informo che esiste un seguito di Io prima di te, intitolato Dopo di te. Mi dicono dalla regia che non sia affatto male, quindi conto di leggerlo (e di farvi sapere le mie impressioni) il prima possibile.

Letture estive (parte 6): “Una sera a Parigi” di Nicolas Barreau

Una sera a Parigi, più o meno un anno dopo che era stato riaperto il Cinéma Paradis ed esattamente due giorni dopo che avevo baciato la ragazza con il cappotto rosso, mentre aspettavo con impazienza spasmodica il momento in cui l’avrei rivista, avvenne una cosa incredibile. Una cosa destinata a rivoluzionare la mia vita e a trasformare il mio piccolo cinema in un luogo magico: un luogo in cui si incontrano speranze e desideri, un luogo in cui i sogni diventano realtà.

 

Se si esclude qualche raro episodio adolescenziale, posso affermare che la quota di romanzi rosa letti in tutta la mia vita ammonti a qualcosa molto vicino allo zero. Quei pochi che ho letto, oltretutto, sono molto più vicini alle commedie romantiche (Sophie Kinsella, tanto per fare un esempio) che non al romanzo rosa vero e proprio. Intendiamoci, io mi ritengo una persona abbastanza incline al romanticismo, e adoro quando nei libri che leggo c’è la sottotrama amorosa/sentimentale. L’unico modo in cui riesco a tollerarla, però, è diluita all’interno di altri generi letterari. Non che abbia niente contro i romanzi rosa, questo vorrei chiarirlo. E’ che il genere allo stato puro, paradossalmente, è una cosa che proprio non mi attira. Visto che ultimamente ho letto una quantità esagerata di thriller, gialli e affini, volevo prendermi un po’ una pausa da omicidi, serial killer e sparatorie, perciò ho provato a fare la persona normale ordinando su Libraccio Una sera a Parigi, di Nicolas Barreau. Anche se il genere era dichiaratamente e spudoratamente romantico, e anche se di Barreau non avevo mai letto niente, per decidere di prenderlo a scatola chiusa mi è bastato leggere le due parole magiche sul retro della copertina: Parigi e cinema. E quindi mi sono buttata a capofitto in questo nuovo esperimento …

9788807885433_quartaAlain ha lasciato il suo lavoro rispettabile e sicuro in una ditta produttrice di sanitari per il bagno per rilevare la piccola sala d’essai Cinéma Paradis, appartenuta al suo defunto zio. Timido, romantico, riservato e sognatore, Alain conduce un’esistenza tutto sommato tranquilla, finché due eventi molto diversi arrivano a sconvolgere la sua vita. Uno è l’amore: Alain trova finalmente il coraggio di chiedere un appuntamento alla ragazza con il cappotto rosso che viene ogni mercoledì nel suo cinema, scoprendosi follemente innamorato e per di più ricambiato. L’altro è la fama: il celebre regista Allan Wood e la bellissima star cinematografica Solén Avril, infatti, si mettono in contatto con lui perché vorrebbero girare delle scene del loro nuovo film proprio nel cinema di Alain. Ma proprio mentre la fortuna sembra sorridere ad Alain in campo lavorativo, sul versante amoroso cala un’ombra: Mélanie, la ragazza di cui è innamorato, scompare inspiegabilmente dalla sua vita senza una spiegazione, spingendo Alain ad imbarcarsi in una folle ricerca per riuscire a mettersi di nuovo in contatto con lei.

Premetto che il libro mi è piaciuto e che l’ho letto molto volentieri, però devo anche ammettere che all’inizio non è stato facile. Le prime pagine sono iniziate tutto sommato bene: la storia del protagonista e di come avesse passato l’infanzia nel cinema dello zio somigliava troppo alla trama di Nuovo Cinema Paradiso (uno dei miei film preferiti in assoluto), il testo era tutto un riferimento alla cinefilia di Alain e a titoli di vecchi film, quindi capite che mi sentivo un po’ come un pesce nell’acqua. Poi però è iniziata la storia vera e propria, e ho cominciato ad agitarmi. Insomma, capitemi: eravamo a pagina cinquanta e ancora nessuno era morto. Non s’erano viste sparatorie, duelli, rapimenti, nemmeno un misero omicidio. Non era normale. Mi aspettavo inconsciamente, anche se sapevo che non sarebbe mai potuto succedere, che da un momento all’altro qualcuno trovasse un cadavere nella Senna, e invece non succedeva niente. Niente. Mi sentivo come quei poliziotti dei film che si sono ritirati dal servizio ma non riescono ad abituarsi alla vita normale.

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Il mio sfogo su Telegram

Ho avuto un sussulto di speranza quando la ragazza con il cappotto rosso, a cui il genio di Alain ha pensato bene di non chiedere né il cognome né il numero di telefono, sparisce nel nulla senza lasciare traccia di sé. Sapevo che le probabilità che fosse stata rapita da un serial killer erano vicine allo zero, ma era comunque qualcosa. Mi sentivo più a mio agio con un pizzico di detective story, capite?
Un altro elemento che ha risvegliato il mio entusiasmo è stata la comparsa del regista Allan Wood. Allora, innanzitutto prendete il nome di questo tizio: Allan Wood. Poi prendete la descrizione che ne fa il protagonista: basso, mingherlino, con occhiali grandi dalla montatura spessa e nera, ha un’attrice bellissima e giovane come musa ispiratrice e vuole girare un film a Parigi. C’è davvero bisogno che vi dica di chi il suddetto personaggio è un’enorme citazione vivente?

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Spero vivamente di no.
In ogni modo, come dicevo, nonostante la mia difficoltà ad adattarmi ad un genere letterario a me pressoché sconosciuto, la lettura del libro è stata senz’altro piacevole. La storia scorre bene e senza intoppi, i personaggi sono coinvolgenti e ben caratterizzati, Alain è talmente imbranato nell’amore e nella vita che fa tenerezza come un gattino bagnato (il primo complimento che fa a Mélanie è che ha delle orecchie deliziose, rendiamoci conto come è messo quest’uomo), lo stile di scrittura è fluido e ravvivato da un sottile e garbato umorismo. Se ci si abitua al fatto che i personaggi spesso e volentieri parlino come bigliettini dei Baci Perugina (con l’eccezione del realistico, razionale, cinico e sarcastico Robert, migliore amico di Alain e mio eroe personale), è un romanzo leggero e piacevole che si può affrontare senza troppi problemi anche se siamo abituati a generi completamente diversi (fidatevi, se ci sono riuscita io, può riuscirci chiunque). È un romanzo semplice, che regala serenità e che fa stare bene, concedendoci una pausa dai momenti non sempre bellissimi della vita.
E poi c’è Parigi e c’è il cinema, tutto insieme nella stessa storia.
Cos’altro si può desiderare da un libro?