“Strane creature” di Tracy Chevalier [RECENSIONE]

 

di Linda

 

Sento l’eco di quel fragore ogni volta che trovo un fossile, una piccola scossa che dice: “Sì, Mary Anning, tu sei diversa dalle altre rocce della spiaggia”. È questo che vado cercando ogni giorno: il fremito della saetta, la mia differenza.

 

Mary Anning ed Elizabeth Philpot non potrebbero venire da mondi più diversi. La prima è figlia di un modesto ebanista, non è mai uscita dalla piccola città costiera di Lyme Regis, e la sua famiglia vive da sempre in ristrettezze economiche. La seconda è la primogenita di un’agiata famiglia londinese, costretta a trasferirsi a Lyme Regis con le due sorelle minori dopo il matrimonio del fratello, che non è più in grado di mantenerle. Mary ed Elizabeth, però, sono più simili di quanto si possa pensare, perché le accomuna una grande passione: quella per i fossili. Entrambe sono abili cacciatrici, e la loro conoscenza si approfondisce proprio frequentando insieme la spiaggia con il fidato cestino appeso al braccio. Le loro ricerche, presto, daranno i loro frutti: Mary (personaggio realmente esistito) sarà la prima persona a scoprire un fossile completo di ittiosauro e di altri animali preistorici, diventando un punto di riferimento per gli studiosi del settore e dando nuovo impulso alla scienza e alla paleontologia.

 

71Z0YuTZEKLTrovo deliziosa l’ambiguità del titolo di questo romanzo. Chi sono le “strane creature” a cui si allude? Le bestie gigantesche e sconosciute di cui Mary ed Elizabet trovano le ossa fossilizzate sulla spiaggia? Oppure le protagoniste stesse, considerate dai loro simili di inizio Ottocento come esseri bizzarri e anticonvenzionali? Perché la passione per i fossili non è la sola caratteristica che unisce Mary ed Elizabeth: entrambe, infatti, sembrano accomunate dal “crudele” destino di non riuscire a trovare marito. In poche parole, entrambe sono considerate dai loro concittadini come delle irrecuperabili “zitelle”.
La cosa bella di Tracy Chevalier, che rende i suoi romanzi storici estremamente ben fatti, è la credibilità psicologica delle sue eroine. I suoi personaggi femminili sono certamente, ognuno a loro modo, delle “ribelli”, ma rimangono sempre e comunque delle figlie del loro tempo. Né Elizabeth né Mary desidererebbero morire nubili; nessuna di loro è immune all’amore, anzi: entrambe in momenti diversi della loro vita sperimentano amori o infatuazioni. I loro desideri, sotto questo punto di vista, non sono diversi da quelli di qualsiasi altra ragazza dell’epoca. La differenza sta nel fatto che le nostre protagoniste, una volta compreso che il loro stile di vita impedisce di realizzare un qualsivoglia sogno amoroso, non ne fanno una malattia, ma semplicemente se ne fanno una ragione, e valutano che, dopotutto, rimanere “zitelle” è un prezzo accettabile da pagare per poter conservare la propria libertà di vivere come più le rende felici.
“Strane creature” parla di una rivoluzione che avviene su un doppio binario: quello della scienza e quello della condizione femminile. E sono due rivoluzioni che, in un certo senso, puntano in direzioni opposte. Da una parte, infatti, abbiamo un’umanità che viene ridimensionata nella sua convinzione di essere la specie eletta di Dio, e che trova difficile conciliare i propri dogmi religiosi con le nuove scoperte paleontologiche. Se la Terra esiste solo da poche migliaia di anni (più o meno da quando si dice che Dio abbia creato l’uomo), quando sono vissute quelle mostruose creature? E se Dio è perfetto e onnipotente, perché ha lasciato che degli esseri viventi creati da lui si estinguessero? Potrebbe decidere di fare lo stesso anche con l’uomo?
Sul fronte opposto, invece, abbiamo un ritorno alla centralità dell’essere umano (in questo caso come donna), che assume importanza e dignità non per il fatto di conformarsi a comportamenti imposti dal senso comune (sposarsi, possibilmente entro una certa età, avere dei figli, non dedicarsi ad attività considerate indecorose, lasciare che siano gli uomini ad esprimere le proprie opinioni), ma per il fatto di sentirsi realizzato e di ricercare la propria felicità personale.
Con il suo tocco elegante e delicato, sempre estremamente lucido e coerente con la realtà storica (senza mai concedere troppo alla parte romanzata), Tracy Chevalier tratteggia  dei ritratti femminili di un’attualità disarmante. “Strane creature” è un libro che tutte le ragazze e le donne dovrebbero leggere, perché parla molto della realizzazione di se stesse come obiettivo fondamentale della vita, a discapito dei traguardi convenzionali (matrimonio e figli) imposti dalla società. Oggi dovremmo essere ben lontani dalla mentalità dei primi dell’Ottocento, ma alcune convinzioni rimangono dure a morire. “Non sei ancora fidanzata?”; “Quando ti decidi a fare un figlio?”. Alzi la mano la ragazza/donna che, almeno una volta nella vita, non si è sentita rivolgere una di queste due domande.
Piccola nota a margine. Nel romanzo fa la sua comparsa un cameo d’eccezione, che la Chevalier inserisce con noncuranza e assoluta credibilità nelle pieghe della storia: si tratta di Jane Austen, “zitella” per eccellenza in quanto, come sappiamo, non si è mai sposata. Ho trovato molto appropriato il fatto che l’autrice abbia voluto inserirla, anche se sullo sfondo, ed è la stessa protagonista a motivare questa scelta in alcuni dialoghi con Margaret, la minore delle Philpot. Delle tre sorelle, infatti, Margaret è il tipo più convenzionale e mondano (non a caso è quella che va più vicino delle altre a trovare marito, e il fatto che il matrimonio sfumi è “colpa” della poca rispettabilità delle sue sorelle agli occhi della gente di Lyme), e tra le sue letture preferite ci sono naturalmente i romanzi della Zia Jane. Elizabeth la rimprovera più di una volta per questa sua predilezione, giudicandoli libri insipidi e stupidi: la vita, a suo parere, non funziona come nei romanzi della Austen, in cui tutto per le eroine finisce sempre per il meglio, ma è molto più complicata, a volte difficile da accettare per com’è. Ma il vero motivo della fugace comparsa di Jane Austen nel romanzo è facilmente intuibile, e la Chevalier ce lo lascia intendere chiaramente. Chi mi segue sa bene quanto io ami Jane Austen, ma non si può negare che il lieto fine delle sue eroine culmini sempre con il loro matrimonio, evidentemente considerato come orizzonte ultimo (anche se non esclusivo) di ogni felicità possibile. E’ come se la Chevalier usasse la Austen per sottolineare ulteriormente il concetto che ha ribadito per tutto il romanzo, ovvero che la felicità di una donna non si esaurisce necessariamente con il matrimonio e la creazione di una famiglia, ma può trovare altre vie per realizzarsi.

 

 

 

Annunci

“Vecchi amici e nuovi amori” di Sybil Brinton [RECENSIONE]

di Linda

 

C’è una caratteristica propria di quasi ogni coppia felicemente sposata – ovvero il desiderio di vedere matrimoni altrettanto felici tra i propri giovani amici.

 

Tutti (perlomeno tutti coloro che hanno dimestichezza con i romanzi) sanno come vanno a finire la storie di Jane Austen: con le sue eroine felicemente sposate e un immancabile lieto fine. La Auten stessa sosteneva che non le interessasse affatto scrivere della prevedibile routine quotidiana che sarebbe venuta dopo: lei voleva scrivere della fase più movimentata e coinvolgente delle sue storie d’amore, ovvero quella dell’innamoramento e delle inevitabili peripezie che ne conseguono.

Che altre penne si soffermino su colpe e miserie. Io abbandono questi odiosi argomenti non appena posso, impaziente di riportare tutti quelli non troppo colpevoli a u tollerabile grado di benessere, e di farla finita con tutto il resto.
[Dall’ultimo capitolo di Mansfield Park]

vecchi amici e nuovi amoriMa tutti i fan della zia Jane se lo saranno chiesto, una volta o l’altra: come se la passeranno i personaggi dei romanzi adesso che i riflettori si sono spenti su di loro, adesso che hanno apparentemente raggiunto il loro lieto fine? Sono domande che ti vengono, se hai amato dei personaggi e ti dispiace veder finire le loro storie. Vorresti che continuassero all’infinito, che l’autore continuasse a raccontarti di loro ancora e ancora, anche di cose senza importanza: cosa mangiano a colazione, qual è il loro cibo preferito, perfino quante volte vanno al gabinetto in un giorno … E’ così che nasce il fenomeno della fan fiction: dal desiderio di non veder mai finire le storie che amiamo, di poterle riaprire quante volte vogliamo e (perché no?) completare con la nostra fantasia i “buchi vuoti” lasciati dall’autore. Da autrice di fan fiction (un po’ arrugginita per la troppa inattività, a dire il vero) trovo che non ci sia nulla di male in questo, e che anzi sia un fenomeno più che naturale … a patto ovviamente che la fan fiction in questione sia scritta in modo perlomeno decente (il che, purtroppo, non sempre accade).
Ecco, se dovessi trovare un modo per definire Sybil Brinton, sarebbe proprio questo: una fanwriter ante litteram (Vecchi amici e nuovi amori è stato pubblicato per la prima volta nel 1913). Da brava Janeite (per chi non fosse pratico del linguaggio tecnico, Janeite = sfegatata fan di Jane Austen), Sibilla nostra ha pensato che, come lei, milioni di altri lettori dovevano porsi le stesse assillanti domande: Darcy avrà imparato ad abbozzarla? Catherine Morland avrà smesso di essere di fuori come un balcone? La signora Bennet avrà scoperto gli immensi benefici della cannabis sui suoi poveri nervi? Lucy Steel sarà andata finalmente a morire ammazzata? Mr. Collins avrà fatto coming out confessando la sua morbosa ossessione per Lady Catherine de Bourgh?
Purtroppo, nel suo romanzo, la Brinton non risponde a nessuno di questi vitali quesiti. Ci permette, però, di fare un po’ i guardoni gettando una rapida occhiata alle vite dei più famosi personaggi austeniani, riunendo quasi tutte le coppie dei protagonisti, ormai sposate da tempo, in un unico arco narrativo.
Devo ammetterlo: è esaltante per una Janeite come me vedere interagire nella stessa storia personaggi di romanzi diversi in un grande crossover collettivo. E’ un vero sfizio, una chicca da fan da assaporare lentamente come un Lindor. Allo sesso tempo, però, il libro non è esattamente quello che mi ero aspettata, e non ho potuto evitare, pur avendolo letto con piacere, di rimanere un pochino delusa.
Innanzitutto, la storia è palesemente incentrata su Georgiana Darcy, che da brava eroina austeniana non mancherà di trovare l’ammmoreh e veder realizzati tutti i suoi sogni. I personaggi che conosciamo le ruotano intorno, ma solo in funzione della sua storia, mai da protagonisti. La Brynton non ci dice come il rapporto tra le coppie evolve (o non evolve, o naufraga) dopo il matrimonio, non ci racconta (se non in modo superficiale) le dinamiche che si instaurano tra i personaggi che già conosciamo. All’inizio della storia ci viene detto solo che tutti si conoscono già, in quanto frequentano tutti quanti la località balneare di Bath. Tutto accade in funzione di Georgiana Darcy, personaggio che in Orgoglio e Pregiudizio mi era indifferente e che qui si rivela piuttosto scialbo, noioso e stereotipato. Anche la sua tormentata storia d’amore con l’Austen Boy di turno (il fratello di una nostra conoscenza) appare scontata fin dall’inizio; così scontata che in certi momenti, quando Georgiana continua a essere convinta che al tizio in questione piaccia Kitty mentre lui le sta palesemente sbavando dietro, ci viene l’irrefrenabile desiderio di prenderla a manate due a due finché non diventano dispari e di chiederle se per caso non le serva un disegnino. Non proprio una volpe, Georgiana Darcy, bisogna ammetterlo. Tra le due, molto meglio la contraddittoria, volubile, ma almeno vivace e allegra Kitty Bennet.
Il romanzo, inoltre, ha un difetto che io considero imperdonabile: l’assenza della coppia più figa di tutti i romanzi di Jane Austen, ovvero Catherine Morland e Henry Tilney di Northanger Abbey.
A parte la disattesa delle mia aspettative narrative (in parte giustificate dalla trama del romanzo sul retro della copertina, che trae un pochino in inganno) e l’infestante presenza fissa di Georgiana Darcy, il romanzo, pur non essendo un capolavoro, è comunque godibile e scorrevole: ha il pregio di sveltire l’azione e di non far soffermare troppo le conversazioni su lunghi dibattiti a proposito di vizi, virtù, pregi, difetti e affini che a volte rallentano un po’ il ritmo di Jane Austen. Bisogna però ammettere che la Brinton non possiede nemmeno un pelo del sottile umorismo della Zia, e il tono del racconto ne risente, risultando spesso un po’ piatto. A volte sembra persino che si sforzi di riprodurne lo stile e le sentenze ironiche. L’incipit, per esempio, recita testualmente:

C’è una caratteristica propria di quasi ogni coppia felicemente sposata – ovvero il desiderio di vedere matrimoni altrettanto felici tra i propri giovani amici […].

Si tratta di un chiaro omaggio al famoso incipit di Orgoglio e pregiudizio (“È una verità universalmente riconosciuta, che uno scapolo in possesso di un’ampia fortuna debba avere bisogno di una moglie”), ma l’effetto raggiunto non è propriamente lo stesso.
Un ultimo appunto riguarda la traduzione: nelle note il traduttore afferma di aver scelto di tradurre lo you inglese con il voi italiano al fine di restituire la formale educazione della società tardo-settecentesca. Il che è giustissimo in linea di massima, ma il problema è che il voi viene mantenuto anche nelle conversazioni tra fratelli e sorelle, cosa che a mio parere risulta un po’ troppo formale e antiquata: se consideriamo, per esempio, il legame strettissimo e intimo tra Elizabeth e Jane, il voi risulta decisamente forzato e cerimonioso, come se stonasse in quel tipo di rapporto.
Forse ho massacrato un po’ troppo Sybil Brynton, povera donna. In fin dei conti, il suo è un romanzo più che discreto, ed è superfluo dire che lo consiglio vivamente a tutte i/le Janeites in crisi di astinenza. Dunque non ascoltate troppo i miei commenti acidi e puntigliosi, toglietevi lo sfizio e leggetevi questo piccolo, godibilissimo esempio di fan fiction di inizio Novecento!

 

 

“Jonathan Strange & il signor Norrell” di Susanna Clarke [RECENSIONE]

DI LINDA

 

Alcuni anni fa, nella città di York, esisteva un’Accademia di maghi, i quali si incontravano il terzo mercoledì di ogni mese per leggere lunghi e noiosi documenti sulla storia della magia inglese …

Che cosa ne è della magia ai primi dell’Ottocento, in Inghilterra, nel bel mezzo delle guerre napoleoniche? L’opinione comune è che sia sparita, perlomeno la magia di tipo pratico. Quella di tipo teorico, ovvero lo studio dei vecchi testi di magia, è ancora coltivata da un certo numero di eruditi in materia, che tuttavia mai si sognerebbero di metterla in pratica, in quanto è risaputo che “i gentiluomini studiano la magia, ma non la usano”. A scombinare questo tranquillo stato delle cose, arrivano Gilbert Norrell, mago solitario e riservato che custodisce gelosamente il suo sapere magico e la sua impressionante biblioteca di magia, e Jonathan Strange, mago più giovane e autodidatta, ma straordinariamente dotato.  Ben presto i due si ritrovano ad essere gli unici maghi d’Inghilterra, e se il loro rapporto inizia come quello tra un maestro e un allievo (accomunati dal desiderio di mettere il loro sapere al servizio della causa inglese contro i francesi), ben presto le loro differenze li metteranno l’uno contro l’altro. Norrell, infatti, ha una mentalità più chiusa e conservatrice, e aborrisce il pensiero di condividere il suo sapere con altri maghi, nonché l’idea di riscoprire la magia antica e misteriosa dei tempi del leggendario Re Corvo; Strange, invece, curioso e aperto, vorrebbe che tutti potessero avere accesso all’istruzione magica, ma soprattutto vorrebbe esplorare quei sentieri della magia che da secoli non sono stati più battuti ma che sono ancora lì, da qualche parte. Quello che Strange non sa, e che Norrell segretamente sa fin troppo bene, è che ci sono porte che a volte è meglio lasciare chiuse per sempre …

9788850245857_0_0_0_75
La mia edizione di Strange & Norrell.

La cosa bella di avere delle amiche lettrici come te, è che non ti troverai mai in difficoltà per decidere il regalo giusto per loro. Se poi queste amiche hanno anche i tuoi stessi gusti, il gioco è fatto: puoi condividere con loro non soltanto libri che ti sono piaciuti, ma soprattutto quelli che ti hanno regalato le emozioni più profonde, quelli che preferisci a tutti gli altri.
E’ proprio così che sono venuta in possesso di Jonathan Strange e il signor Norrell: grazie al regalo di un’amica. Eravamo insieme in libreria, e quando mi sono voltata verso di lei, dopo essere uscite, mi guardava con un sorriso sulle labbra e una busta in mano.
– Questo è il tuo regalo di compleanno. Spero che ti piaccia.
Me ne  aveva già parlato diverse volte, prima di quel momento, e a casa sua avevo già potuto ammirare l’accattivante copertina completamente nera con il titolo a caratteri sinuosi e il corvo in volo. Oltretutto sapevo che la BBC (sempre sia lodata) ne aveva tratto una miniserie che aveva avuto giudizi molto positivi. Avevo una gran voglia di vederla, ma  dato che mi urta parecchio vedere il film prima di aver letto il libro da cui è tratto, ho deciso che era giunto il momento di sfruttare il mio regalo di compleanno.
Una delle prime cose che ho notato sono state le recensioni entusiaste nel retro della copertina. Una è addirittura di Neil Gaiman (mica pizza e fichi), che lo definisce “il più bel romanzo fantastico inglese scritto negli ultimi settant’anni”; un’altra, del «Venerdì di Repubblica», “romanzone per tutti coloro che trafugano i libri di Harry Potter dalle librerie dei figli”. Ed eccolo là, inevitabile, il paragone con Harry Potter. Dico inevitabile perché, in fondo, anche qui parliamo di magia, e anche qui la storia è ambientata in Inghilterra. Ma vi posso assicurare, ora che l’ho letto e che posso parlare con cognizione di causa, che le somiglianze si fermano qui. Non fraintendetemi, con questo non voglio dire che siano uno meglio o peggio dell’altro, ma soltanto che sono due cose così diverse tra loro che è persino difficile metterle a confronto. Il mondo che Susanna Clarke costruisce, la sua interpretazione del concetto di magia, sono molto lontani da quelli della Rowling. E meno male, perché per quanto successo abbia avuto Harry Potter (e per quanto personalmente lo ami), non è certo obbligatorio né auspicabile che tutti i fantasy siano scritti con lo stampino e identici l’uno all’altro.
Il primo elemento che differenzia Strange & Norrell da Harry Potter è ovviamente l’ambientazione storica: il primo si svolge ai primi dell’Ottocento, durante le guerre napoleoniche, il secondo, come ben sappiamo, negli anni ’90 del Novecento; il secondo elemento è di sicuro il concetto stesso di magia. In Harry Potter la magia è qualcosa di genetico e innato, che viene tramandato dai genitori ai figli: maghi si nasce, non si diventa, e la scuola ti può insegnare al massimo ad incanalare e affinare le arti magiche che tu già possiedi nel tuo DNA. Nel mondo della Clarke, invece, è esattamente il contrario: la magia può essere imparata da chiunque abbia voglia e talento per dedicarsi al suo studio. Al massimo possono esserci persone più dotate o meno dotate (come in qualsiasi altro mestiere), ma potenzialmente la magia è alla portata di tutti. Proprio questo diventerà, nel libro, uno dei punti di contrasto tra i due protagonisti: Strange, più aperto e progressista, vorrebbe che tutti potessero avere accesso all’insegnamento della magia, mentre Norrell, più conservatore ed elitario, vorrebbe limitare il sapere magico a una cerchia assai ristretta (così ristretta da comprendere solo lui stesso e, al massimo, Strange). Anche il rapporto del mondo magico con quello non magico è completamente diverso: mentre in Harry Potter i Babbani non sospettano minimamente dell’esistenza di una comunità magica, la quale fa di tutto per rimanere ben nascosta ai loro occhi, in Strange & Norrell la magia è un’occupazione naturale e universalmente accettata, e un gentiluomo che voglia dedicarsi allo studio della magia è accolto con la stessa tranquillità di uno che volesse dedicarsi all’avvocatura o alla politica. Ah, e scordatevi le bacchette magiche perché qui non ne troverete: nel libro della Clarke gli incantesimi sono procedure molto più complesse, in cui non basta agitare un bastoncino di legno pronunciando qualche parola precisa, ma somigliano più a dei rituali, a delle ricette che possono anche essere modificate e migliorate all’occorrenza. L’unico elemento in comune tra l’universo della Rowling e della Clarke, che potrebbe generare una sorta di “familiarità” tra le due storie, è quel sottile e irresistibile humor tipicamente inglese che permea la scrittura, e che alleggerisce l’atmosfera senza mai esagerare.

cover
L’edizione fAiga della mia amica Caterina.

L’atmosfera, per l’appunto. L’atmosfera è un’altra peculiarità di Strange & Norrell che contribuisce a renderlo un romanzo così originale: la storia infatti si svolge prevalentemente in inverno (a parte qualche sporadico capitolo ambientato nel periodo estivo), con la neve a farla da padrona ammantando di bianco il mondo, fioccando silenziosa fuori dalle finestre o imperversando in bufere insidiose. E poi ci sono le leggende e i racconti sul famigerato Re Corvo, scomparso ormai da secoli, e le creature fatate dei Mondi Altri, separate dal mondo reale da un velo sottilissimo e fragile. Tutti questi elementi costruiscono un’atmosfera onirica e misteriosa, a tratti persino inquietante(vedi il capitolo sulla resurrezione di Lady Pole in cui facciamo la conoscenza del gentiluomo dai capelli lanuginosi, o quello sulla vecchia signora di Cannaregio), che intriga e affascina, e che spesso fa da “stampella” dando al romanzo omogeneità dove la storia non riesce a farlo.
Benché infatti abbia letto Strange & Norrell con piacere, a volte ho trovato più difficile andare avanti. All’inizio pensavo che fosse per colpa delle note a piè di pagina (altra originalità), che fanno riferimenti a passi di testi di magia, leggende e aneddoti  del mondo di Susanna Clarke come se si trattasse di vere fonti letterarie, e che mantengono il libro in una curiosa dimensione di mezzo tra il fantasy e il romanzo storico. Sono molto godibili, ma effettivamente tendono a rallentare un po’ la lettura e a far perdere il filo del discorso. Procedendo con la storia, però, mi sono resa conto che la colpa non era solo delle note (che in ogni caso tendono via via a diradarsi),  ma della costruzione della storia. Si ha l’impressione, a volte, che i capitoli siano dei piccoli racconti autonomi, dove è molto labile il filo che li lega l’uno all’altro. Si fatica, insomma, a individuare un centro narrativo forte e un’evoluzione lineare degli eventi, come se la storia  ci girasse intorno prendendola molto alla larga: anche per questo, forse, un finale che in una struttura narrativa meglio calibrata non avrebbe stonato, qui per contrasto appare troppo veloce e sbrigativo. Questa forza narrativa “centrifuga” viene risolta nella serie tv, che ha il grande merito di snellire il romanzo sfrondandolo delle parti superflue e mettendo nel giusto risalto gli snodi narrativi principali, dando una struttura più solida al tutto.
Nonostante questi difetti, in ogni caso, Jonathan Strange & il signor Norrell è sicuramente un romanzo affascinante, dai dettagli cesellati con cura in cui è riconoscibile la mano di una scrittrice sapiente e dall’immaginazione fervida; una storia ambiziosa e di ampio respiro che vale la pena leggere, e che accontenterà  di sicuro sia gli amanti del fantasy che quelli del romanzo storico.

vlcsnap-2018-02-03-19h53m47s132
E niente, qui ho riso. Molto. Se volete sapere perché vengono sparate noci a questo tizio, guardatevi la serie tv. Ne vale la pena, e non solo per questa scena.

 

“DIDONE, PER ESEMPIO. Nuove storie dal passato” di Mariangela Galatea Vaglio [RECENSIONE]

di Linda

 

Conoscerli vuol dire capire una cosa: che non ci guardano arcigni dalla penombra,
imbalsamati là, come soprammobili cattivi. Ci fanno l’occhiolino.

 

didoneperesempio-1Quando ero piccola ero una strana bambina. Tutte le mie amiche giocavano con le Barbie e guardavano Sailor Moon. Io invece (pur non disdegnando le Barbie) preferivo giocare con le costruzioni e leggere storie sulla mitologia greca. La faccenda delle costruzioni poi l’ho abbandonata, ma la passione per la mitologia mi è rimasta. In seguito, al Liceo, ho perseverato nelle mie stranezze: mentre tutto il resto del mondo aborriva Storia (la materia scolastica) peggio della peste bubbonica , a me le lezioni di Storia procuravano un piacere quasi pari a quello di sbocconcellare di nascosto la schiacciata alla mortadella sotto il banco quando sta per suonare la ricreazione e tu stai per svenire dalla fame.  Capite bene, quindi, che in questi casi avere amiche con la tue stesse passioni è sempre cosa buona e giusta: puoi spettegolare e fangirlare su personaggi storici o mitologici come se fossero persone reali senza venire guardata come una pazza, e soprattutto, se ci sono libri che trattano questo argomento che tu ancora non conosci, loro possono consigliarteli. Didone, per esempio l’ho conosciuto pochi mesi fa proprio in questo modo: seguendo un consiglio. E fin dalle prime pagine ho cominciato a chiedermi perché accidenti non l’avessi letto prima.
Il libro è diviso in tre parti: nella prima tratta di personaggi della mitologia greca, nella seconda di personaggi storici della Grecia antica e nella terza di personaggi storici della Roma antica. Siamo ben lontani, però, dal classico saggio storico-mitologico: quello proposto dall’autrice è più un racconto, una conversazione. Il sottotitolo del libro, Nuove storie dal passato, non poteva essere più azzeccato: i personaggi descritti, reali o immaginari, uomini o donne, re o prostitute, imperatori o soldati, escono dalla pagina come fossero vivi, i loro pensieri, i loro sentimenti, i loro vizi, le loro virtù e le loro passioni li rendono più attuali che mai. La Vaglio, con passione, ironia e leggerezza, li “scongela” dall’immobilità in cui la distanza storica li ha ingessati e ce li restituisce come persone reali, ci fa sentire sul serio che da qualche parte nel mondo, in un certo periodo storico, queste persone hanno vissuto, amato, odiato, sofferto. La divulgazione storica, a mio parere (come ho già scritto nell’articolo dedicato a I tre giorni di Pompei di Alberto Angela) dovrebbe essere proprio questo: cercare di annullare la distanza tra passato e presente, farci capire che quelle persone che vediamo nei documentari o di cui leggiamo nei libri sono state persone esattamente come noi, e che quella storia che ci viene “propinata” a scuola (e che studiamo spesso sbuffando e pensando “ma chi me lo fa fare”) non è una dimensione astratta e completamente avulsa dalla nostra realtà. Direi che per aver brillantemente raggiunto questo risultato, Mariangela Galatea Vaglio si merita un plauso.

“IT” di Stephen King [RECENSIONE]

di Linda

 

Stanno stretti sotto ai letti sette spettri a denti stretti.

Derry, nel Maine, sembra una qualunque cittadina della provincia americana, ma non è così: sotto la città vive un’entità malefica che ogni 27 anni si risveglia e pretende il suo tributo di sangue, dando vita ad un’escalation di sparizioni, tragedie e brutali omicidi. Soltanto i bambini sembrano in grado di vederla: It sa assumere infatti la forma di ciò che li turba o di ciò che li spaventa, ma l’aspetto che predilige è quello dell’inquietante clown Pennywise. Questo ciclo terrificante si ripete indisturbato da secoli, fino all’estate del 1958: è questo l’anno in cui la banda dei Perdenti decide di affrontare It, promettendo di riunirsi di nuovo da adulti se, dopo 27 anni, l’orrore tornerà a ripresentarsi.

It_1990_Promotional_PosterCome quasi tutte le persone che conosco, la mia prima esperienza con It l’ho avuta attraverso il film cult del 1990. A differenza di molti, però, ho avuto la fortuna di vederlo per la prima volta da adulta, quindi – benché Tim Curry/Pennywise sia oggettivamente inquietante – mi sono risparmiata il trauma infantile che ha portato un’intera generazione a rimanere terrorizzata a vita dai clown. Rivedendolo di recente, comunque, mi sono resa conto di due cose.
La prima è che, performance di Tim Curry a parte, il film del 1990 è sotto tutti i punti di vista deludente e abbastanza mediocre.
La seconda cosa di cui mi sono resa conto, avendolo rivisto (di proposito) in seguito alla lettura del libro, è che il film tratta un decimo degli avvenimenti e degli aspetti trattati nell’opera originale. Questa ovviamente  non vuole essere una critica (sarebbe stato impossibile concentrare un tomo enorme come It nei tempi di un film, quindi era necessario fare scelte e tagli), ma solo un modo per sottolineare quanto il libro sia incredibilmente vasto, sfaccettato e variegato rispetto a quello che molti di noi sono abituati ad associare a It, ovvero la figura di Pennywise.
Anche il mio primo approccio a Stephen King è avvenuto relativamente tardi. Prima di It avevo letto soltanto altri tre suoi romanzi (Le notti di Salem, L’occhio del male e Carrie), apprezzando molto ognuno di essi (nel caso de Le notti di Salem, anche perdendo svariati mesi di sonno). Avevo quindi ottime prospettive per It, e appena ho iniziato a leggere la prima pagina ho capito che non mi sbagliavo.
Il primo aspetto che me l’ha fatto amare fin da subito sono stati i protagonisti, in particolare i protagonisti versione dodicenne. E’ una mia debolezza, questa: in generale amo le storie raccontate attraverso il filtro dello sguardo infantile; ma datemi un film, un romanzo o una serie tv in cui ci sia un gruppo di protagonisti sugli unidici-dodici anni, possibilmente sfigatelli, bullizzati da ragazzi più grandi, con svariati problemi in famiglia, che si spostano su delle biciclette e che si ritrovano catapultati in vicende più grandi di loro a sfondo horror/thriller/fantascientifico, e sarò vostra per sempre (non è un caso che mi sia follemente innamorata di Stranger things fin dal pilota della prima stagione). La banda dei Perdenti, poi, sembra fatta apposta per essere amata: Ben Hanscom, obeso, intelligente, sensibile, appassionato di lettura e portato per costruire cose; Bill Denbrough, balbuziente fratello di una delle vittime di It, pronto a tutto per vendicare il piccolo Georgie; Beverly Marsh, dai capelli scarlatti e dalla determinazione di ferro, vittima di un padre violento a cui non sa impedirsi di voler bene; Eddie Kaspbrak, gracilino, malaticcio, dominato dall’asma e da una madre iperprotettiva; Richie Tozier, con le sue Voci e il suo senso dell’umorismo così utili a nascondere la paura; Stan Uris, ebreo e appassionato ornitologo, con il suo mondo ordinato e diligentemente classificato; Mike Hanlon, preso di mira per il colore della sua pelle, coraggioso e tenace, fedele e caparbio. Ognuno di loro ha avuto il suo personale incontro ravvicinato con It, ed è proprio questa esperienza comune ad unirli. Il mio preferito in assoluto di sicuro è Ben, ma buona parte del fascino di questa storia è proprio il modo magistrale in cui ci vengono descritti i personaggi, il loro mondo interiore e le debolezze che li rendono umani. Forse di tutto il gruppo il membro più sciapo è proprio Bill, concepito per essere il protagonista e l’eroe della situazione, ma che dell’eroe (balbuzie a parte) si porta dietro tutti gli stereotipi più abusati: biondo e bello, coraggioso e carismatico, destinato a prendersi la ragazza. Anche Beverly, sebbene il suo personaggio mi piaccia più di Bill, ha degli aspetti leggermente stereotipati: pure lei bellissima (anche se rossa e non bionda), piace praticamente a tutti i ragazzi del gruppo, ma ha occhi soltanto per Bill, il capo dei Perdenti. it-stephen-king
Un altro elemento che mi ha fatto amare tantissimo il libro è stata la sua scansione temporale. La storia si muove avanti e indietro nel tempo, tra l’infanzia dei Perdenti e la loro età adulta, ma non solo: nel corso dei capitoli infatti l’autore si spinge ancora più indietro nel tempo, andando ad esplorare i recessi più oscuri della storia di Derry, per mostrarci come It fosse presente da sempre nella città (durante il rito del fumo nel rifugio sotterraneo dei Perdenti, Bill e Richie, perdendo conoscenza ed entrando in stato di trance, rivivono addirittura il momento, ancora prima del comparire della civiltà, in cui It è comparso sulla Terra per la prima volta stabilendosi nel sottosuolo di Derry). Considerando tutti questi racconti, e unendoli alle esperienze personali dei ragazzi, viene fuori un aspetto secondo me molto interessante, forse quello che mi ha affascinato di più in tutto il libro. Da una parte, infatti, abbiamo un’entità malefica che da un certo punto della storia in poi pare essersi stabilita a Derry, e che ogni 27 anni si risveglia mietendo vittime tra i bambini e i ragazzini: il male, quindi, sembra arrivare in città da una fonte esterna, sembra essere causato da qualcosa; c’è il mostro da sconfiggere, come in ogni storia horror che si rispetti. C’è però anche un’altra faccia della medaglia: un male proveniente dall’interno della città stessa, che è tutt’uno con essa e che la infetta come un cancro ormai radicato. Se consideriamo i fatti di sangue più eclatanti accaduti a Derry (l’esplosione delle Ferriere Kitchner, l’incendio del Punto Nero, il massacro del Silver Dollar Bar, l’esecuzione della banda Bradley), e li uniamo agli episodi in cui personaggi già mentalmente precari agiscono sotto l’influsso di It (il patrigno di Beverly, Henry Bowers, Patrick Hockstetter), ma anche a gesti di quotidiana crudeltà o banale menefreghismo (la macchina che non si ferma mentre Ben viene seviziato, l’anziano che rientra in casa facendo finta di non vedere mentre Beverly viene molestata, il negoziante che prova a intervenire per salvare Eddie, ma che alla prima intimidazione da parte di Henry Bowers torna nel negozio) … tutto questo ci restituisce l’immagine di una città interamente “posseduta” da It. E’ la città stessa il mostro da sconfiggere, il cancro da estirpare. Non è un caso che nella scena finale, quando i Perdenti ormai adulti riescono finalmente a sconfiggere It, l’intera città venga spazzata via da un uragano: perché It e Derry non possono esistere l’uno senza l’altro.
La distruzione di It occupa tutta la seconda parte del libro, in cui seguiamo parallelamente due vicende: la prima volta in cui i Perdenti scendono nella tana del mostro nell’estate del 1958 (riuscendo soltanto a ferirlo gravemente) e la seconda volta in cui ritentano l’impresa da adulti nel 1985 (riuscendo ad ucciderlo definitivamente). Ho già accennato alla figura di Bill come quella dell’eroe prescelto per sconfiggere il mostro (e in effetti è colui che ha la parte principale nelle due grandi battaglie nelle fogne), ma in realtà tutti i personaggi, in un modo o nell’altro, hanno un loro ruolo nella distruzione di It. In effetti la seconda parte del romanzo assume in più punti toni epici in cui assistiamo ad un titanico scontro tra bene e male, e allo stesso tempo acquista caratteri molto più mistici, rarefatti e metafisici. Durante la lotta, Bill pratica il Rito di Chüd per entrare nella mente di it (che cerca di trascinarlo nei “Pozzi Neri” dove risiede la sua vera forma) e sembra viaggiare in un’altra dimensione, dove incontra un’altra entità sovrannaturale, la Tartaruga, che lo aiuta a vincere la paura e la tendenza alla balbuzie e a vincere la battaglia. Personalmente, benché quest’ultima parte costituisca il climax di tutta la vicenda, l’ho apprezzata meno rispetto al resto del libro proprio per il suo dilungarsi, a volte eccessivo, in parti di carattere visionario e allucinatorio. Una cosa in particolare mi ha lasciato molto perplessa: la parte in cui Beverly, per rafforzare il legame mistico tra lei e i suoi amici durante la prima discesa nelle fogne, fa sesso con ognuno di loro. E’ vero che i protagonisti, proprio a causa delle terribili prove a cui li hanno sottoposti sia It sia a causa delle loro situazioni familiari, sono maturati molto in fretta … ma considerato che in ogni caso parliamo di undicenni/dodicenni l’ho trovata forzata, poco giustificata e anche un po’ di cattivo gusto.
A parte questi piccoli difetti, però, devo dire che It è stata una delle esperienze di lettura più entusiasmanti che abbia mai affrontato. Non si tratta soltanto di una banale storia horror: It è un’epopea, un racconto di vasto respiro che narra la storia di un città e del male che la abita, di un gruppo di ragazzi e della loro amicizia. Per questo lo consiglio a tutti, anche ai più paurosi: It a volta te la fa fare addosso, è vero, ma vi assicuro che vale veramente la pena di perdere qualche settimana di sonno!

53493

 

CURIOSITA’: pare che J. K. Rowling si sia ispirata a It e alla sua natura proteiforme (che usa per spaventare i bambini usando le loro paure quando non si presenta sotto forma di Pennywise) per ideare la creatura del Molliccio nella saga di Harry Potter. Ripassino per chi se ne fosse dimenticato o non avesse idea di cosa sto parlando: in Harry Potter il Molliccio è una creatura fantastica che assume la forma della peggiore paura di chi la sta guardando (per questo nessuno sa che forma abbia un Molliccio quando nessuno lo guarda). Per sconfiggerlo bisogna letteralmente ridere in faccia alle proprie paure, ovvero pensare a un modo per rendere il proprio Molliccio ridicolo o divertente, e pronunciare contemporaneamente l’incantesimo Riddikulus. Anche in questo possiamo ritrovare un vago eco in Stephen King (che non a caso ha sempre espresso grandissima ammirazione per la saga potteriana): per uccidere definitivamente It, infatti, Bill deve sconfiggere le proprie paure e le proprie insicurezze eliminando per sempre il difetto con cui le somatizza, ovvero la balbuzie.

 

 

ANGOLO CINEMA: Se avete visto la miniserie cult del 1990 con Tim Curry (che, ripeto, Pennywise a parte non è che sia poi granché), non potete assolutamente perdervi il remake in uscita nei cinema il 19 ottobre! Io so già che non dormirò per un mese, ma devo assolutamente andare a vederlo!

 

“Dopo tutto questo tempo?” “Sempre.” I miei quindici anni di amore per Harry Potter

di Linda

 

harrypotter

 

Come saprete, quest’anno ricorre il 20° anniversario della nascita della saga di Harry Potter (il 26 giugno del 1997 infatti usciva per la prima volta nelle librerie La Pietra Filosofale), quindi ho pensato che fosse il momento adatto per mettere in atto un progetto che avevo già da tempo: pubblicare in questo mio angolo da lettrice un articolo-tributo per la saga, per la quale dall’età di 11 anni provo un amore che va oltre ogni possibile immaginazione. Vi preannuncio che questo non sarà uno dei miei soliti articoli-recensione, dove cerco di mettere in luce sia i pregi che i difetti dei libri che leggo. Prendetelo più come un “atto d’amore” per la saga che più di tutte (insieme al Signore degli Anelli) ha segnato la mia infanzia, la mia adolescenza e la mia vita.

Per spiegare il mio amore per Harry Potter devo cominciare dall’inizio, ovvero da quando feci la sua conoscenza per la prima volta.
Era l’inizio del 2002, ero in prima media, e il 6 dicembre dell’anno prima La Pietra Filosofale era uscita nei cinema, preceduta e seguita da un’enorme campagna pubblicitaria. Il motivo di questa grande risonanza, naturalmente, era che i primi libri di Harry Potter erano già usciti nelle librerie da qualche anno, riscuotendo subito un grande successo. Mi ricordo che, da assidua frequentatrice di librerie quale ero già allora, vedevo i primi quattro volumi (quelli già usciti all’epoca) ovunque mi girassi. Ho ancora stampata nella mente un’immagine delle mie mani che, nella cartolibreria vicino alla stradina dove abitavo da piccola, prendono una copia del Calice di Fuoco e ne esaminano le curiose illustrazioni di copertina. Fino a quel giorno in prima media, però, Harry Potter non aveva mai suscitato il mio interesse. Probabilmente sapevo a malapena di cosa parlasse. I miei interessi primari all’epoca erano il calcio (ero una grande tifosa della Roma) e i Pokèmon, anche se quella passione era già in fase di declino. Ma torniamo a quel famoso giorno in prima media. Come ho sempre fatto nel corso della mia carriera scolastica, non frequentavo l’ora di religione cattolica. L’unica altra persona a non frequentarla, e quindi ad uscire dalla classe insieme a me, era Eleonora, la mia migliore amica. In seguito durante l’ora alternativa saremmo state lasciate allo stato brado in giro per la scuola, ma quell’anno ricordo che ci seguiva la professoressa di Storia e Geografia, che poi l’anno seguente sarebbe andata in pensione. Non c’erano delle vere e proprie attività programmate per l’ora alternativa a Religione, così la professoressa Occhini ci faceva fare le cose più varie: letture, esercizi, ripassi e cose di questo tipo. Quel giorno, mi ricordo, eravamo sedute ad uno dei grandi tavoloni che si trovavano nei corridoi, quello proprio davanti alla biblioteca. La professoressa annunciò che quella mattina come esercizio di scrittura ci avrebbe dettato un brano da scrivere sul quaderno, e ci informò che il suddetto brano era tratto dai famigerati libri di Harry Potter di cui ormai, anche per via dell’uscita del primo film, si parlava ovunque. Cominciò a dettare, e noi iniziammo a scrivere: era la Canzone del Cappello Parlante, più precisamente le strofe dedicate a Grifondoro e a Serpeverde. La professoressa ci consigliò vivamente sia di vedere il film sia, soprattutto, di leggere i libri, perché a suo dire ne valevano veramente la pena.
Pieta-Filosofale-Film-PosterFino all’estate di quello stesso anno non ripensai a quel consiglio. Si creò però una serie di circostanze particolari che avrebbero portato quell’estate del 2001 a segnare un punto di svolta nella mia vita, e a diventare l’estate in cui entrai ufficialmente nel mondo del fantasy e dei fandom (anche se ancora non sapevo che si chiamassero così). Successe, dicevo, che come ogni anno il cinema Eden di Arezzo si trasformò nell’Arena Eden e dette il via alla programmazione estiva. Tale programmazione estiva prevedeva (e prevede tutt’ora) la riproiezione dei titoli di punta della stagione invernale, proposti però in una suggestiva location all’aperto.
Tale location, mi perdonerete, ma vale una menzione: è infatti parte integrante dei miei meravigliosi ricordi d’infanzia, e soprattutto dei ricordi legati al mio primo impatto con Harry Potter. Nell’ultimo periodo l’area all’aperto del cinema ha subito un radicale restyling. Lo spazio dove si svolgevano le proiezioni estive è stata sostituita da un laghetto artificiale: nel mezzo del laghetto sorge un moderno bar-ristorante, mentre ai bordi ci sono tavoli e sedie per mangiare, poltroncine e tavolinetti. Ma in quel’estate del 2002, questo posto così glamour era completamente diverso. L’area dove adesso c’è il laghetto artificiale con l’isola in mezzo, l’erba ai lati, le sedie, le ringhiere… era completamente sgombra. Sotto alla scritta “EDEN”, sulla parete esterna laterale del cinema vero e proprio, veniva calato lo schermo e tutto lo spazio libero davanti veniva riempito con delle sedie di plastica. Mi ricordo anche che ai lati dello spiazzo centrale, e sotto lo schermo stesso, c’erano un sacco di piante, di fiori e di verde, e mi ricordo della mia netta sensazione di trovarmi davvero in un giardino dell’eden dove si potevano vivere esperienze meravigliose.
Questa è la cornice in cui, in quell’estate del 2002, in netto ritardo rispetto all’uscita del film e  soprattutto alla pubblicazione dei primi libri, feci la conoscenza con Harry Potter. E fu amore a prima vista, un amore che continua da 15 anni senza essere mai diminuito o calato d’intensità.
L’inverno di quello stesso anno uscì nelle sale La Camera dei Segreti, e questa volta, essendo già diventata una fan sfegatata, non aspettai l’arena estiva per andare a vederlo. 1633_bigNel frattempo avevo contagiato anche Eleonora con la mia passione, perciò quando in un buio pomeriggio invernale mio padre mi accompagnò a vederlo c’era anche lei. A quel tempo i cinema della città esistevano ancora, perché sarebbero dovuti passare ancora due anni prima che venisse aperta la Multisala Europlex, e il cinema dove andammo a vedere La Camera dei Segreti era il cinema Jolly, a due passi da dove abito adesso. Ho un netto ricordo del mio viso che si alza verso l’alto per guardare l’enorme locandina del film appesa ad un muro fuori dal cinema, con in primo piano Harry e la spada di Grifondoro; ricordo anche vagamente, come in un’immagine nebulosa e avvolta dal fumo, il fiume di gente che si accalcava per entrare, e lo scalone interno avvolto dalla luce calda e dorata dei lampadari del cinema.
Ricordo come ci sembrava bello Daniel Radcliffe all’epoca. Avevo comprato un libricino di cartoline della Camera dei Segreti, e mi ricordo che la notte, prima di addormentarmi, me lo mettevo sotto il cuscino dopo aver rimirato per un bel po’ la cartolina in cui Harry mi sembrava più bello. Credo di averla persino sbaciucchiata ogni tanto. Credo. Comunque converrete con me che su questo possiamo tranquillamente sorvolare, non c’è alcun bisogno che i posteri si ricordino di questo triste dettaglio.
locandinapg3In ogni modo prima che uscisse al cinema il terzo film della saga, Il prigioniero di Azkaban, avevo ormai letto tutti i libri usciti fino a quel momento, e nel frattempo avevo contagiato anche altre povere malcapitate con la mia passione. Il terzo anno delle medie, dopo un paio di anni di amicizie passeggere, io ed Eleonora stringemmo un forte legame con Giulia, Rachele e Sara, tre ragazze della nostra classe che ci seguirono volentieri nell’ossessione per Harry Potter. Quando il 4 giugno 2004 Il prigioniero di Azkaban uscì in contemporanea mondiale nelle sale, quindi, eravamo pronte ad andare a vederlo tutte insieme. Avevamo 14 anni, eravamo cresciute esattamente come i protagonisti del film, e ormai i nostri genitori non ci accompagnavano più al cinema. L’Europlex aveva aperto quell’anno in grande stile, e di lì a poco tutti i cinema di Arezzo, eccetto l’Eden, sarebbero caduti inesorabilmente schiacciati dalla sua ingombrante concorrenza. Ricordo ancora il cartonato gigante della locandina del Prigioniero all’ingresso delle sale, e ricordo che con noi c’era anche Nilanthi, una ragazza che abitava nel mio stesso paesino e con cui a pallavolo avevo stretto una forte amicizia proprio grazie alla comune passione per Harry Potter. Daniel Radcliffe ci era sembrato bello fin dal primo film, quindi figurarsi come poteva sembrarci nel terzo film, adesso che era cresciuto e si era snellito ed era diventato oggettivamente più attraente, e – soprattutto – adesso che eravamo delle adolescenti con gli ormoni in subbuglio.
Ma torniamo al Prigioniero di Azkaban. Avevo grandi aspettative per il film, perché il terzo libro mi aveva letteralmente folgorata ed era diventato il mio preferito in assoluto (come poi è rimasto, anche dopo aver letto gli altri). Non solo: nel terzo libro avevo conosciuto anche la mia cotta letteraria storica, quella che sarebbe perdurata ben oltre il limite ragionevole dell’infanzia/adolescenza per protrarsi (ahimé) fino ad oggi. Il terzo libro aveva infatti introdotto il personaggio di Sirius Black, per cui all’inizio provai solo una vaga fascinazione e di cui mi innamorai definitivamente quando, alla fine del 2003, lessi L’Ordine della Fenice. Devo ammettere (forse proprio a causa delle mie altissime aspettative) che il film non mi sembrò meraviglioso come mi ero aspettata: la bellissima trama che mi aveva folgorata nel libro era stata crudelmente mutilata dei suoi aspetti più interessanti, e questo (nonostante adesso a mente fredda possa ammettere che il film ha anche aspetti più che positivi) non sono mai riuscita a perdonarlo. Ma in fondo era sempre un film di Harry Potter, e i film di Harry Potter, a prescindere da quanto possano essere brutti o deludenti (e L’Ordine della Fenice per quanto mi riguarda ha in abbondanza entrambe queste caratteristiche), sono sempre piezz’ ‘e core. Il valore affettivo, insomma, è e sarà sempre più forte del valore effettivo. Ed il valore affettivo, ovviamente, era incrementato dal fatto che i film di Harry Potter andavamo sempre a vederli in gruppo, quindi a poco a poco diventarono un rito legato alla nostra amicizia. E’ stata questa, forse, la cosa che mi ha lasciato più amarezza dopo la fine della saga: il fatto che non ci sarebbe stato più un altro film da aspettare l’anno seguente, non ci sarebbero stati più biglietti da prenotare e attese febbrili nella sala ancora illuminata aspettando che si spegnessero le luci, non ci sarebbe stato più quel brivido di emozione ogni volta che appariva il logo della Warner Bros sullo schermo. 4e6dc207a8d6a2484f4ea156e4b9f39f
E se il mio amore per i film è forte, non potrei nemmeno sognarmi di descrivere adeguatamente quello per la saga cartacea, esente, almeno ai miei occhi, dalle imperfezioni di quella cinematografica. So che forse potrò suonare parziale, e spero che vorrete perdonare la mia cecità da innamorata, ma per quanto mi riguarda i libri di Harry Potter sono perfetti sotto ogni dettaglio: la fantasia dell’ambientazione, la costruzione dei personaggi, la struttura della trama, i dialoghi, lo stile di scrittura. Ogni volta che penso al mondo complesso e rifinito fin nei minimi dettagli che J. K. Rowling è riuscita a creare, rimango sempre ammutolita per l’ammirazione. Tutto è curato, in Harry Potter, non c’è mai niente che sia trascurato o lasciato al caso. Le trame dei romanzi sono un perfetto mosaico in cui ogni piccolo tassello ha il suo posto e non può essere sostituito da nessun altro. Inoltre, che il genere piaccia o meno, nessuno potrebbe negare quanto lo stile della Rowling sia elegante, ironico, avvincente ed evocativo. Le scene che descrive sembrano uscire dalla pagina, proprio come i personaggi sembrano vivere davanti ai nostri occhi. Hanno una costruzione psicologica così curata, sono descritti in modo così vivido, che sembrano voler uscire dalla pagina, che quasi ci sembra di poterli toccare. Non puoi fare altro che affezionarti a loro, dopo sette libri in cui hai riso e pianto con loro, dove hai amato e odiato con loro, dove ti sei spaventato, arrabbiato, divertito con loro. Sono soltanto personaggi fatti di carta e immaginazione, certo, ma dopo tutto questo è inevitabile che diventino un po’ la tua famiglia. Anche quei personaggi che ti piacciono meno, anche quei personaggi che odi e che durante la lettura vorresti vedere morti. Anche loro entrano a far parte di te. E Hogwarts, la splendida Hogwarts, è inevitabile che diventi un po’ anche casa tua. Non si tratta solo di una storia che hai letto cento volte e che ti è familiare perché ormai la conosci a memoria. E’ che ormai la conosci così bene, con le sue sale, le sue aule, i suoi dormitori, i giardini sempre uguali, e le lezioni che si susseguono pigramente le une alle altre, la luce calda delle candele, i banchetti a Natale e ad Halloween, che ti dà un senso di quotidianità, di ripetizione, di sicurezza, di calore. E tutto questo non saprei come altro definirlo se non con il concetto di casa. Non può succederti niente quando sei tra le mura di Hogwarts; non può succederti niente quando sei tra le pagine di Harry Potter; tutte le preoccupazioni svaniscono, e ti rimane solo il senso di fiducioso abbandono che provavi quando eri un bambino. Forse è per questo che, quando sono giù o quando sto attraversando un periodo difficile, sento sempre il bisogno di rileggere Harry Potter. Farlo mi rilassa, mi riequilibra, mi rimette letteralmente in sesto.
04.-La-scuola-di-magia-e-stregonia-di-Hogwarts-1Non vorrei, però, che tutto questo venisse frainteso. Il fatto che Harry Potter ci faccia tornare allo stato d’animo di quando eravamo bambini non vuole dire necessariamente che Harry Potter sia una saga esclusivamente per bambini. Lo può affermare chi non l’ha mai letto e non ha idea di quello di cui sta parlando (e posso assicurarvi che di tipi come questi ce ne sono tanti), ma nessuno che abbia letto l’intera saga (al di là del fatto che gli sia piaciuta o meno) potrà mai affermare che Harry Potter è rivolto soltanto a bambini o adolescenti. Il tono e lo stile dei libri cambiano e si evolvono mano a mano che si va avanti; più il protagonista cresce, più lo stile diventa adulto e maturo, le tematiche maggiormente serie e complesse. Se La Pietra Filosofale ha effettivamente le caratteristiche di una favola dove i ruoli di buoni e cattivi sono ancora ben definiti, già dalla Camera dei Segreti l’atmosfera inizia a farsi più inquietante (non so voi, ma da piccola quando leggevo il secondo libro me la facevo addosso), e i confini tra bene e male iniziano a vacillare, cominciando a portare alla luce sfumature, ombre, zone grigie e contraddizioni che emergeranno più chiaramente dal Prigioniero di Azkaban in poi. E’ proprio questa una delle tematiche più interessanti e complesse delle saga: i luoghi e le persone (spesso improbabili) dove è possibile trovare il bene e il male. Il male non è soltanto nel cattivo di turno, o nei suoi seguaci fanatici: il male può essere trovato anche in un uomo vigliacco, o in una meschina donnetta razzista, nella grettezza, nell’avidità, o in chi tace di fronte alle ingiustizie. Allo stesso modo il bene non è soltanto il formidabile atto di coraggio dell’eroe: il bene può essere in un genitore che muore per suo figlio, in un bambino goffo che affronta coraggiosamente i suoi stessi amici, una parola gentile a una persona in difficoltà, il condividere quello che si ha con chi ha meno di noi, il non aver paura di chi è diverso. Sembrano concetti banali? Magari un po’ retorici? Forse. Quello che è certo è che non c’è nulla di retorico nel modo in cui la Rowling ce li propone nel corso dei libri. Quanto alla banalità, credo che questa sia un attributo che non si possa applicare a tematiche così basilari e così importanti. Il coraggio, la gentilezza, l’amore, il rispetto per se stessi e per gli altri (soprattutto per chi è diverso da noi), la lealtà, l’amicizia, il fare quello che è giusto nonostante il prezzo da pagare … questi sono concetti che dovrebbero essere alla base della nostra esistenza come l’ossigeno che respiriamo, e penso che a nessuno verrebbe mai in mente di dire che l’ossigeno è banale, o qualcosa di già visto e sentito troppe volte. Certi temi sono così fondamentali che non perdono mai la loro forza, esattamente come certi libri che li trattano (se riescono a farlo nel modo adeguato) saranno sempre attuali e adatti ad ogni fascia d’età, dal bambino all’anziano. Ed è esattamente questa, secondo me, la forza della saga potteriana: riesce ad unire in sé due caratteristiche fondamentali, ovvero trattare tematiche basilari e importantissime, e allo stesso tempo essere scritta bene.
Siamo arrivati alla fine di questa mia lunga e sdolcinata dichiarazione d’amore. Ho cercato di esprimere al meglio il mio amore per questa saga con cui sono cresciuta e che ha accompagnato tutti i grandi passaggi della mia vita, dall’infanzia, all’adolescenza all’età adulta. Si può dire, per me come per molti altri che sono cresciuti con Harry, che la saga abbia un valore diverso rispetto a chi l’ha scoperta solo da adulto. Con questo non voglio assolutamente dire che chi l’ha scoperta più tardi la ami di meno o non riesca a coglierne il valore, ma soltanto che la ami in modo diverso. Sembra una cosa un po’ eccessiva da dire per una cosa fatta di carta e inchiostro, ma il modo migliore in cui riesco ad esprimere l’importanza di Harry Potter è affermare che sia parte di me e della mia esistenza. Non saprei come meglio esprimermi, e d’altronde si sa che più si ama una cosa o una persona, e meno si riesce a descrivere adeguatamente il quanto o il perché la si ami.
“Harry Potter?” mi ha chiesto tempo fa mia madre, leggermente stupita. “Ma non era passato di moda?”
No, mamma, Harry Potter non è passato di moda. E credo proprio che non succederà mai.

 

the-soul-wrenching-post-credits-scene-harry-potter-never-had

“Il profumo” di Patrick Süskind

di Agnese

 

Spesso non ce ne rendiamo conto, ma siamo completamente immersi in un fluido aeriforme pieno zeppo di particelle odorose. Insomma, agli odori non si sfugge: possiamo turarci il naso per la puzza, ma dobbiamo in qualche modo respirare, e farlo con la bocca non è salutare né gradevole. Quindi, se un profumiere geniale riuscisse a creare un profumo indicibilmente buono, sovrumano, angelico, potrebbe dominare il cuore degli uomini. Se poi questo individuo dal naso incredibilmente dotato fosse pure un misantropo senza scrupoli… si salvi chi può.

suskind_il_profumoEcco, questa è l’essence absolue del libro, un libro che scava nella mente di un genio – del male, ovviamente -, facendoci capire quanto possa essere profondo e oscuro il pozzo dell’animo umano. Del resto, il periodo storico che Patrick Süskind ha scelto è perfetto: il Settecento, il secolo dei lumi, in cui la torcia della ragione è stata impugnata con ardore, dando la propulsione alla scienza moderna, facendo luce in più punti possibile, ma talvolta senza molta prudenza; si sa, troppa luce acceca. Nel libro, il marchese de la Taillade-Espinasse incarna quello che ho appunto scritto: godetevelo, in tutta la sua irragionevole ragione. E godetevi tutte le meticolose descrizioni olfattive disseminate quasi in ogni pagina: come per magia, diventerete subito più consapevoli dell’immenso oceano degli odori. Che odore ha il mare? «L’odore di una vela gonfia di vento in cui rimane un sentore d’acqua, di sale e di un sole freddo», dice Jean-Baptiste Grenouille, il protagonista del romanzo. Per me ha ragione, quell’uomo mostruoso che fiutava tutto e che ti fa innamorare dell’arte dell’odorare. Mentre leggevo, mi sono messa pure ad annusare il libro… Che profumo! Uno dei migliori profumi al mondo, per me.

 

New entry alla Bottega dell’Inchiostro!

Ben ritrovati a tutti!

Dopo una lunga pausa dovuta alle ferie e a svariati problemi di connessione, ritorno da voi con una bella notizia: vi annuncio che da oggi il blog non ospiterà più soltanto le mie ciance, ma anche quelle di Agnese, mia fedele compagna di scleri letterari e cinematografici, che ha acconsentito a collaborare saltuariamente con questo piccolo spazio letterario.

Le do quindi il benvenuto, a nome di tutti, nella Bottega dell’Inchiostro, sperando che decida di prolungare la sua permanenza qui il più a lungo possibile!

Linda

“Il prigioniero del cielo” di Carlos Ruiz Zafόn

Adesso riposi, amico. Il paradiso può attendere. E l’inferno le sta stretto.

Poco tempo dopo gli avvenimenti narrati ne L’ombra del vento, Daniel Sempere conduce una vita tranquilla: sposato con Beatriz e padre del piccolo Julián, continua a gestire la “Sempere e figli” insieme al padre e al fidato amico Fermín Romero de Torres, a sua volta in procinto di convolare a nozze. Ma un giorno, inaspettatamente, arriva nella libreria un misterioso sconosciuto zoppo. Lo sconosciuto, il cui nome è Sebastiàn Salgado, compra un costoso esemplare de Il conte di Montecristo, restituendolo subito dopo con un’inquietante dedica per Fermín e riaprendo vecchie questioni rimaste sepolte ed irrisolte. Veniamo così a conoscenza del passato da carcerato di Fermín dopo la guerra civile spagnola, nonché dei suoi inaspettati legami con alcuni personaggi incontrati ne Il gioco dell’angelo. Verità terribili e scomode, che influenzeranno inevitabilmente il presente di Daniel.

3912205_260536Ricordo che a suo tempo (vale a dire tra i 15 e i 18 anni) ho divorato prima L’ombra del vento e poi Il gioco dell’angelo con entusiasta voracità, trovando irresistibili la storia, i personaggi, il modo di Zafόn di raccontare  e di tratteggiare l’atmosfera barcellonese. Sono giunta quindi al terzo capitolo della saga guidata dai migliori auspici, ma allo stesso tempo timorosa (come spesso succede quando si torna dopo tanto tempo in un mondo che si è amato molto) che la magia potesse non ripetersi. E devo ammettere, anche se a malincuore, che in parte i miei timori si sono rivelati fondati.
Dico in parte perché molti degli aspetti positivi che mi hanno fatto amare la serie del Cimitero dei Libri Dimenticati sono per fortuna rimasti inalterati. Sto parlando innanzitutto della grande abilità narrativa di Zafόn , che da una parte ci regala personaggi superbi e indimenticabili, dall’altra uno stile di scrittura incalzante, accattivante, a tratti forse un po’ troppo virtuosistico e dalle frasi eccessivamente lunghe, ma capace di stillare delle vere perle condite con sapiente e sottile ironia, soprattutto nei dialoghi. E poi naturalmente c’è Barcellona, magica e onirica, quasi sospesa nel tempo. Sotto questo aspetto, però, il libro mi è sembrato una specie di brusco ritorno alla realtà rispetto ai primi due: mentre ne L’ombra del vento e Il gioco dell’angelo questa atmosfera onirica e visionaria era molto più accentuata (diventando addirittura allucinatoria ne Il gioco dell’angelo, anche per via della sanità mentale sempre più compromessa del protagonista), qui ho avvertito una sensazione diversa. Forse per via del fatto che la storia (seguendo i flashback dedicati al passato di Fermín) si svolge per buona parte in un ambiente crudele e “realistico” come il carcere per prigionieri politici di Montjuic, la storia perde parte della sua atmosfera sospesa e onirica, anche se certamente rimane intatto l’aspetto romanzesco.
Molto saggia e intrigante anche l’idea di collegare attraverso la figura di Fermín i personaggi de Il gioco dell’angelo e de L’ombra del vento, costruendo una continuità tra i libri della serie che per ora era stata accennata solo vagamente.
Quello che secondo me funziona poco, tuttavia, è proprio l’impianto narrativo, che invece era più definito nei due libri precedenti. Poteva risultare più marcato e strutturato ne L’ombra del vento, più labile ne Il gioco dell’angelo (dove l’onirico prevale nettamente sulla storia vera e propria), ma in entrambi i casi la storia, che fosse più o meno articolata, aveva una sua coerenza interna, con un punto di inizio e un punto di fine. Ne Il prigioniero del cielo, invece, ho avuto a sensazione che sia stata messa troppa carne al fuoco, che siano state aperte troppe linee narrative e poste troppe domande, nessuna delle quali, di fatto, ha trovato risposta alla fine del libro. Non contesto ovviamente la legittima scelta di Zafόn di lasciare il finale in sospeso (con l’evidente intenzione di continuare il discorso nel libro successivo), ma per quanto mi riguarda, finale aperto o no, una storia un minimo di struttura e coerenza interna la deve avere; invece qui tutti i fili che erano stati tesi nel corso della storia sono rimasti lì, in attesa di essere annodati insieme in qualche modo e lasciando il lettore con una sgradevole sensazione di incompletezza, come se si trattasse di un libro iniziato e lasciato a metà. Mi è sembrato, insomma, che l’autore fosse stato indeciso su che direziona far prendere alla storia, e che non sia mai riuscito a raggiungere il vero tema, il vero punto della questione. Ho apprezzato moltissimo la volontà di approfondire il passato di Fermín (probabilmente il personaggio migliore della saga), ma forse avrebbe funzionato di più un libro che trattasse esclusivamente di questo, come una sorta di spin-off, e non solo come un flashback piazzato in mezzo alla storia principale.
81TZ-Fv+4dL

Devo ancora leggere Il labirinto degli spiriti, quarto volume della saga uscito da poco. Il catalogo Euroclub continua a propormelo insistentemente da un bel po’, quindi penso che alla fine cederò alla curiosità e lo leggerò (anche perché ormai la serie l’ho iniziata, e vi ho già parlato più volte della mia incapacità sheldoniana di lasciare le cose a metà). Avrete quindi presto mie notizie in merito!

Letture di febbraio: “I tre giorni di Pompei” di Alberto Angela

[…] il mio pensiero va a quelle migliaia di volti e sorrisi che non conosceremo mai e che hanno riempito di vita Pompei fino a quel terribile giorno del 79 d.C.

Ormai lo sappiamo tutti: la famiglia Angela è un’istituzione e dovrebbe essere considerata patrimonio nazionale. La mia prima iniziazione a questa fede l’ho avuta da piccola, con i documentari di Angela Padre: ero fissata con gli animali, e non mi perdevo una puntata di Super Quark. Più di recente, con i documentari della Rai “Stanotte a …” (che, insieme a tisanine e copertine di pile tattiche, hanno piacevolmente riempito diverse mie serate invernali), mi sono avvicinata al Verbo diffuso dal Figlio. Non avevo però ancora avuto occasione di leggere il Suo Verbo stampato su carta finché sono alfine entrata in possesso del sopracitato Vangelo: Gli ultimi giorni di Pompei.
Causa stanchezza lavorativa , mi ci è voluto un po’ a finirlo (in mia difesa, posso assicurarvi che è un tomo davvero notevole), ma finalmente oggi sono arrivata alla fine di quello che non posso definire altro che come un meraviglioso, avvincente e a tratti commovente viaggio nei tre giorni che hanno preceduto la terribile eruzione del Vesuvio del 79 d.C.
angelapompei-cover1Si sente spesso dire che gli Angela sono i re della divulgazione storico/artistica e scientifica: per quanto mi riguarda, mai fama fu più meritata. I loro pregi più grandi sono sicuramente due: parlare in modo semplice e diretto, in modo che tutti possano capire (cercando di creare un’atmosfera piacevole, ma mai trattando le cose con superficialità), e far immedesimare chi ascolta in quello di cui stanno parlando.
Gli ultimi giorni di Pompei è un perfetto esempio di questa efficace strategia divulgativa. Alberto Angela è sicuramente un esperto dell’argomento, e tuttavia mai per un solo secondo riesce a farlo risultare tedioso. Ti accompagna per le vie di Pompei ed Ercolano alla scoperta di ogni minimo aspetto della vita quotidiana dell’epoca, raccontandolo con la stessa complicità con cui si racconta una storia davanti al caminetto e (questo è un metodo che trovo molto efficace) facendo continuamente similitudini con aspetti della vita quotidiana odierna, in modo che chi legge abbia più chiaro il concetto che vuole esprimere. Ma non solo: questa strategia ha anche lo scopo di far capire al lettore che alla fin fine la vita delle persone di allora non era poi così diversa o lontana dalla nostra. E qui veniamo al secondo grande pregio degli Angela, e in particolare, in questo caso, di Angela figlio: la loro capacità di far immedesimare in quello che raccontano. Gli ultimi giorni di Pompei non è solo un libro di storia o un saggio di archeologia. Gli ultimi giorni di Pompei è la storia delle ultime ore di vita di una città, una città fatta di persone, alcune delle quali (Rectina, Tito Suedio Clemente, il pescatore e suo figlio, i ricchi e volgari fratelli Vettii, l’astuto banchiere) siamo in grado di conoscere meglio delle altre grazie fortunati ritrovamenti archeologici e/o a fonti che ci sono state tramandate. Queste persone, come Alberto ci mostra chiaramente nel suo documentario/racconto, vivevano, parlavano, respiravano, amavano, mangiavano, bevevano e soffrivano esattamente come noi. Avremo potuto essere noi. Abbiamo solo avuto la fortuna di nascere nel secolo giusto, scampando al disastro che invece ha tragicamente colpito loro. Ed è questo che, secondo me, dovrebbe essere l’insegnamento della Storia, anche nelle scuole. Le date e gli avvenimenti sono importanti, certo, ma altrettanto importante è riuscire a far capire a chi la storia la studia che non si tratta solo di uno sterile e astratto succedersi di date, nomi e battaglie. Se si vuole far capire ai più giovani che studiare storia è importante perché è da lì che veniamo, bisognerebbe prima di tutto farli sentire vicini al mondo che stanno studiando. In questo Alberto Angela, grazie all’evidente passione per gli argomenti che tratta, dimostra un’enorme sensibilità. E questa sensibilità raggiunge l’apice quando il discorso cade sui tristemente famosi calchi dei corpi delle vittime conservati a Pompei. Alcuni calchi, come si può vedere dall’inserto fotografico del libro, sono talmente accurati che si riescono a distinguere perfettamente i tratti dei volti; altri sono disposti in posizioni strazianti, come l’uomo che cerca di coprire con il mantello il volto della giovane moglie incinta per proteggerla dall’orrore, o il bambino stretto al petto della madre che, in un ultimo impeto di sopravvivenza, cerca di alzarsi …
Quando Alberto parla di loro lo fa con evidente commozione, una commozione che posso comprendere: purtroppo mi ricordo poco della mia gita a Pompei in quinta ginnasio, ma non scorderò mai l’impressione che mi fecero i calchi di quelle persone morte. Ma soprattutto, Alberto ne parla con profondo rispetto. In un passo che mi ha colpita molto osserva quanto spesso, purtroppo, i visitatori di Pompei si comportino in modo poco rispettoso: la maggior parte li fotografa ossessivamente, altri addirittura ne ridono. Angela si pone quindi un interrogativo che a molti potrebbe sembrare estremo: si chiede cioè se sia giusto tenere esposta sotto gli occhi di tutti la tragedia di quelle che adesso sono solo forme di pietra inanimata, ma che un tempo erano persone vive.
Avrete notato che spesso durante questa recensione mi sono riferita ad Alberto Angela semplicemente come “Alberto”. Non è certo mia intenzione prendermi confidenze fuori luogo verso persone che in fondo nemmeno conosco, ma il bello degli Angela è proprio questo: fanno così bene il loro lavoro, e lo fanno da così tanto tempo, con una semplicità e un’umiltà così squisite, che ti viene spontaneo considerarli quasi delle persone di famiglia. E per tutta questa passione, questa umiltà e questa competenza, mi sento solo di dire loro un sincero e sentito Grazie.